Garbage time per Barack Obama

È tradizione di Barack Obama giocare a basket con amici e membri di staff nel pomeriggio dell’Election Day. Riservano una palestra da qualche parte e alzano il pallone.

Una volta anche Scottie Pippen ha avuto l’onore di partecipare al pick-up game più esclusivo del mondo. Manca poco all’8 novembre 2016 e all’ultima partita di Obama da presidente: il mandato del quarantaquattresimo inquilino della Casa Bianca è entrato ormai nel cosiddetto garbage time, gli ultimi minuti di una partita in cui il risultato è ormai acquisito e si fa solo accademia.

All’inizio dei suoi otto anni al 1600 di Pennsylvania Avenue, Obama ha fatto realizzare un campo da basket all’interno della residenza. O meglio, ha fatto aggiungere linee e canestri a quello da tennis caro a Theodore Roosevelt. Qui il mancino Obama, sempre in pantaloni di tuta lunghi, forse per nascondere gambe troppo ossute, è stato più volte immortalato con la palla a spicchi in mano o a sgomitare a rimbalzo, insieme a signori non più giovanissimi che, svestite canotta e Air Jordan, tornavano regolarmente in giacca e cravatta alle loro altissime responsabilità.

Alla Casa Bianca si gioca a basket.

Il giudizio politico su Obama ha diviso e continuerà a dividere, ma un dato è certo: è stato lui il presidente degli Stati Uniti più sportivo della storia. E, in particolare, il presidente più appassionato di basket che si sia mai visto. La pallacanestro ha ispirato il suo ciclo e scandito fino in fondo un’esperienza unica e irripetibile, soprattutto per chi vede nello sport un riflesso della vita e da esso trae forza per andare avanti ogni giorno. Per Obama il basket non è stato solo una passione personale, ma un punto di riferimento nell’esercizio del potere, molto più di quanto ogni altro predecessore abbia usato lo sport per perseguire i suoi traguardi politici.

Obama, il presidente-giocatore

Come spiega Massimo Teodori nel saggio Obama il grande, il presidente “è stato costantemente giudicato in rapporto alle speranze suscitate al momento del suo ingresso alla Casa Bianca”. Speranze enormi, trovatesi però a coincidere con la crisi economica e con la disillusione del sogno americano: essere il presidente dell’ottimismo in un frangente di radicato disincanto, con il rischio, concreto e quotidiano, di rimanere intrappolato dalle pazzesche aspettative che hanno accompagnato il suo doppio (e vincente) viaggio elettorale.

Obama giocatore in uno scatto di Pete Souza, fotografo ufficiale della Casa Bianca.

Tuttavia Obama, come un giocatore, non ha mai perso la fiducia in se stesso e nella sua squadra (la nazione). Ha forgiato la sua presidenza nella convinzione che dopo una sconfitta c’è sempre la partita successiva, che nulla è davvero perduto, che l’occasione per vincere può presentarsi in ogni momento. Ha affrontato, o si è fatto scivolare addosso, le questioni più spinose. Yes, we can, semplice e diretto come il discorso di un coach nello spogliatoio, un ottimismo da land of opportunity, un’incrollabile fiducia nel meglio che deve ancora venire, una calviniana leggerezza ulteriormente alimentata dai pomeriggi trascorsi al playground della Casa Bianca, tra un briefing e l’altro, momenti in cui rilassarsi giocando e stimolare la riflessione, cercando le idee migliori tra un blocco e un tiro in sospensione.

D’altronde ogni affare di stato, come ogni partita, è una battaglia da affrontare con quello spirito competitivo sviluppato negli anni del liceo, quando con la Punahou High School nel 1979 vinse il campionato statale delle natie Hawaii. In particolare spicca una foto di quegli anni, uno scatto di gruppo del varsity team in cui un Obama diciottenne con folta capigliatura afro troneggia in mezzo ai compagni, con uno sguardo fiducioso sul suo destino.  Come raccontano gli amici più stretti, ha mantenuto la competitività di cui sopra anche nelle partitelle alla Casa Bianca, sopperendo agli acciacchi e alle lacune tecniche con grinta, spirito di squadra, focalizzazione sul risultato, senso pratico e tempra da leader.

Basketball power

Se l’età lo ha obbligato a ridurre progressivamente il basket giocato, ciò non gli ha impedito di diventare il fan numero uno di questo sport. L’Obama che si fa vedere mentre gioca, che compila in diretta tv il bracket del torneo NCAA, che segna al primo colpo un canestro da tre punti durante la visita alle truppe in Kuwait, che rilascia commenti tecnici ai bordocampisti NBA quando è in prima fila a sostenere i “suoi” Chicago Bulls, che dà una mano ad allenare la squadra giovanile della figlia accomodandosi poi in tribuna come un genitore qualsiasi: un presidente che fa ciò che i comuni cittadini americani fanno abitualmente. Dal momento che i presidenti devono calibrare ogni loro gesto pubblico per non scalfire l’appeal sul potenziale elettorato, tutte queste sono state espressioni di una strategia attraverso cui Obama ha puntato a farsi vedere dalla gente esattamente per quello che è, senza dimenticare, però, altri aspetti molto importanti e decisivi del suo ruolo politico.

Ian Crouch, nell’articolo Understanding Obama through basketball apparso sul New Yorker, spiega che il basket, e in generale lo sport, è stato “una forma di esercizio, una parte importante della sua immagine pubblica e anche, come sottolinea Alexander Wolff di Sports Illustrated nel libro ‘The audacity of hoop: basketball and the age of Obama’, un modo per esporre e promuovere obiettivi di natura politica”.

Non a caso, la rituale visita alla Casa Bianca della squadra campione NBA è stata spesso occasione per estendere il discorso a temi extra: l’istruzione, le questioni dei veterani di guerra, il sociale. E non a caso gli anni della presidenza Obama, grazie a una lega professionistica sempre più globale, sono coincisi con il periodo di massima popolarità delle stelle del basket, diventate personaggi in grado di esercitare una notevole influenza culturale, sociale e politica. Basti pensare alla maglia I can’t breathe indossata da LeBron James e da altri campioni in seguito all’uccisione di Eric Garner da parte della polizia, focolaio di tensioni ancora di stretta attualità.

I

LeBron è un esempio di giovane uomo che, nel suo stile e con modi molto rispettosi, ha cercato di dire ‘anche io faccio parte di questa società’, focalizzando l’attenzione su un tema importante. Mi piace vedere atleti che fanno questo”, ha detto Obama, senza dimenticare il ruolo chiave che la comunità afroamericana ha avuto nella doppia elezione. “Parlate ai loro cuori”, diceva Nelson Mandela, perché lo sport semplifica le cose mantenendo profondi i valori e riesce a puntare direttamente all’anima di una persona. E così il basket, che per tantissimi è una religione, è finito per diventare uno straordinario e trasversale strumento di penetrazione tra la gente.

Chi è il presidente? Quello a sinistra o quello a destra?

“Consigli su come vincere due volte di fila?”

Senza dimenticare, tuttavia, che nelle visite ufficiali dei campioni l’elemento scherzoso ha sempre finito per prevalere: dalla nostalgia per l’ex Bulls Marco Belinelli a un emozionato LeBron che, invitato a salire al microfono sul podio presidenziale, finisce per chiamare “Coach! il padrone di casa; dal golf giocato insieme a Steph Curry fino al capolavoro assoluto del suggerimento a Gregg Popovich e ai San Antonio Spurs, cinque volte campioni NBA ma mai riusciti a ripetersi in due anni consecutivi: “Se avete bisogno di un consiglio su come vincere due volte di seguito, sapete dove trovarmi!”. Perché se non si prendesse troppo sul serio, non sarebbe Obama.

Indipendentemente dall’idea politica e dall’effettivo successo o fallimento della sua amministrazione, si può star certi che agli sportivi Barack mancherà. E forse quando vedranno una Clinton o un Trump sentirsi un po’ fuori posto di fronte a giocatori e allenatori, e magari incappare in una gaffe o sbagliando clamorosamente qualche terminologia, la nostalgia scatterà irrefrenabile.

Barack Obama compila il bracket del torneo NCAA di basket.

 

I giocatori di North Carolina in difesa su Obama – Credits: AP Photo/Jae C. Hong
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