Gilbert, una storia ovale

Gilbert è il più famoso brand di palloni da rugby. Gli ovali di oggi non sarebbero così perfetti e all’avanguardia, se alle spalle non ci fosse una tradizione prolungata nel tempo.

La storia di Gilbert, che può essere identificata con quella del pallone da rugby, è lunga due secoli e inizia nella prima metà dell’Ottocento. A quell’epoca, nella cittadina di Rugby, Inghilterra, c’era pure concorrenza: la competizione, come è noto, fa sempre innalzare la qualità del prodotto.

I pionieri dell’ovale

A soli trecento metri dal prato della Rugby School, sulla strada principale della città (High Street), esisteva la piccola bottega di un calzolaio: William Gilbert (1799-1877). Il “concorrente” si chiamava invece Richard Lindon (1816-1887). Entrambi, oltre a fabbricare e riassettare scarpe e stivali, erano artigiani sopraffini nel creare palle con una vescica di maiale come camera d’aria, rivestita da quattro spicchi di cuoio cuciti a mano, con cui rifornivano i ragazzi della vicina scuola.

In origine, il negozio di Gilbert era situato al numero 19 di High Street, mentre Lindon da giovane abitava lì accanto, al numero 20. La via conduceva direttamente all’ingresso del cortile della Rugby School, il luogo dove gli alunni giocavano a football (quad ball) prima che l’istituto ottenne i suoi campi da gioco. Nel 1842 William Gilbert trasferì la sua bottega in St. Matthews Street, al numero 5, dirimpetto al campo della Rugby School, noto come The Close. Il negozio di Lindon era invece il Lawrence Sheriff Street numero 6, di fronte all’entrata del cortile. Negli anni ’50 del XIX secolo, Gilbert e Lindon grazie alla loro abilità divennero i due principali fornitori di palloni di vescica animale rivestiti di cuoio agli studenti di Rugby. I pionieri dell’ovale.

Il pallone non è rotondo

La forma ovale del pallone sarebbe spontaneamente derivata dalla forma, piuttosto instabile, delle vesciche suine, in base alla grandezza delle quali, inoltre, variavano le dimensioni dello strumento di gioco. Non era semplice, poi, effettuare il gonfiaggio: un lavoraccio che molti rifiutavano. Per riempire d’aria la vescica, che emanava comprensibilmente un odore tutt’altro che gradevole, non c’era altro modo che soffiare forte a bocca attraverso un cannello di terracotta, inserito nel collo della membrana, che alla fine veniva cucito.

Non si sa, di preciso, quando si abbandonò deliberatamente la volontà di dare alla palla una forma sferica (al di là del fatto che poi la mantenesse…) per fabbricarne ovali. C’è una notizia, però, fornita dallo scrittore Thomas Hughes nel suo libro I giorni di scuola di Tom Brown, ambientato a Rugby, dove studiò: si parla di una “nuova palla che giace lì da sola, nel mezzo, puntando verso la porta della scuola”, il che farebbe presupporre che la palla fosse ovale già dal 1835, cioè ai primordi del gioco. William Webb Ellis, il leggendario inventore del gioco con la sua “scandalosa” corsa con la palla in mano del 1823,  infranse quindi le regole del football tenendo in mano un ovale realizzato da un ancor giovane William Gilbert, che aveva pochi anni più di lui ma che già si può immaginare attivo in bottega.

Lindon, dimenticato dalla storia

E Lindon? Non ebbe quella fama che forse avrebbe meritato, dopo aver dato la sua vita alla creazione dei palloni di cuoio, tanto da perderci la moglie. Per anni lo aveva aiutato, gonfiando veschiche su veschiche di maiali, alcuni dei quali infetti: contrasse una malattia ai polmoni e morì. Intorno al 1862 introdusse la camera d’aria in gomma e grazie alla maggiore malleabilità, la forma dei palloni gradualmente cambiò da sferica a ovale (nel decennio precedente l’americano Charles Goodyear aveva inventato il metodo per la vulcanizzazione della gomma e, separatamente, ci era già arrivato anche il britannico Thomas Hancock nel 1843-44).

Lindon, avendo osservato il funzionamento di una normale siringa, inventò anche una pompa a mano di ottone, dato che gonfiare a bocca le camere d’aria di gomma era assai difficile. Egli, però, non brevettò nulla e quindi non poté rivendicare la paternità dell’invenzione della palla ovale e della pompa: dagli anni ’80 c’erano già molte fabbriche di palloni in Inghilterra che ormai usavano lo stesso sistema.

Le misure e la forma della palla non furono precisate nelle regole del rugby fino al 1892. Nella codifica del 1871, infatti, la Rugby Union non si preoccupò di stabilire quali dovessero essere la forma o le dimensioni della palla, forse per il fatto che ottenere una sfera precisa con una vescica di animale non era un compito semplice. Nel 1851, all’Esposizione Universale di Londra, William Gilbert ebbe uno stand tutto suo, allestito da Matthew Holbeche Bloxam (l’antiquario che è anche l’unica fonte storica sulla celebre corsa di William Webb Ellis), dove vendeva i suoi ottimi palloni ovoidali.

Gilbert is rugby!

Il nome di Gilbert fu sempre più identificato con il gioco del rugby. Quando William morì, gli successe il nipote James (1831-1906), dotato di polmoni straordinari tanto da gonfiare fino quasi a farli scoppiare anche i palloni più grandi. Alla morte di James, il figlio James John prese in mano gli affari di famiglia: oltre ad essere coinvolto nella produzione di palloni, era anche un entusiasmante giocatore del Rugby Club e un grande appassionato del gioco in generale.

L’ultimo Gilbert coinvolto nell’azienda, James, servì l’esercito in Francia quando suo padre morì nel 1917. Dopo la guerra tornò a condurre l’attività, giunta alla quarta generazione, con grande piglio per assicurare prestigio e reputazione mondiali al nome Gilbert. Il marchio fu esportato nell’emisfero australe. I pezzi da lui collezionati costituiscono il grande patrimonio storico del Museo Gilbert, oggi Webb Ellis Rugby Football Museum, aperto nel 1987. Oggi la palla Gilbert è usata dalla quasi totalità delle nazioni in cui si gioca a rugby. Dopo varie vicissitudini il marchio appartiene alla famiglia Grays, titolare di un negozio sportivo situato al numero 19 di High Street, il locale della vecchia bottega di William Gilbert, pieno di cimeli.

Foto: Shutterstock.com
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