La NBA come un social: i Sacramento Kings

Sacramento Kings si presentano alla stagione NBA 2015-16 come una delle squadre più in crescita, con buone possibilità di qualificarsi ai playoff, a cui mancano da dieci anni.

I miglioramenti non si registrano soltanto sul parquet: è tutta la franchigia a vivere una risalita dopo anni bui, con una nuova arena in costruzione e progetti all’avanguardia nel campo della comunicazione e delle tecnologie.

Quando erano re

I Kings giocano a Sacramento dal 1985, in seguito al trasferimento da Kansas City. I primi anni in California sono mediocri come risultati, ma l’accoglienza della città è più che calorosa. Dopo trent’anni, ancora oggi giocare in casa dei viola è roba da tappi nelle orecchie, tanto che la maglia numero 6 – a identificare il pubblico come sesto uomo in campo – è stata ritirata.

Il periodo d’oro dei Kings è databile dal 1998 al 2006. L’addio alla star Mitch Richmond, oltre a una serie di scelte al draft azzeccate e colpi di mercato, dà il via alla costruzione di un gruppo molto forte affidato a coach Rick Adelman. Si forma un quintetto base destinato a entrare nella storia della franchigia: Jason Williams, Doug Christie, Predrag Stojakovic, Chris Webber, Vlade Divac, con Mike Bibby che dal 2001 prende il posto del bizzoso Williams e dalla panchina gente come Hidayet Turkoglu, Bobby Jackson, Scot Pollard.

La stagione 2001-02 è la migliore di sempre. Grazie al loro basket ipnotico e spumeggiante, i Sacramento Kings ottengono il miglior record in regular season (61-21) e nei playoff si arrendono soltanto in una discussa gara 7 della finale di conference, di fronte ai Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, campioni per tre anni di fila dal 2000 al 2002 (il famoso three-peat).

Come spesso accade, inizia il declino, nonostante i Sacramento Kings continuino ad arrivare ai playoff fino al 2006. Quindi, lo smantellamento definitivo di quella che era stata una squadra da titolo: i playoff diventano un miraggio, anche se dal draft giungono talenti di belle speranze come Omri Casspi, Tyreke Evans e soprattutto DeMarcus Cousins.

I fratelli Maloof, proprietari dei Kings, minacciano un trasferimento se la città di Sacramento non garantisce la costruzione di un nuovo palazzo. L’addio dei Kings viene scongiurato dall’intervento della Nba e del sindaco Kevin Johnson, ex giocatore. I Maloof tuttavia nel 2013 cedono il club a Vivek Ranadivé, proprietario di origine indiana che porta una ventata fresca a Sacramento, cambiando alcune posizioni chiave e rilanciando squadra e società con scelte anche drastiche.

DeMarcus Cousins diventa l’uomo franchigia e man mano viene circondato da elementi di valore come Rudy Gay, Ben McLemore, Darren Collison e da questa stagione Marco Belinelli e Rajon Rondo, oltre a coach George Karl. Vlade Divac, una delle “vecchie glorie”, viene assunto con il ruolo operativo di vice president of basketball operations e a possedere alcune quote societarie c’è persino… Shaquille O’Neal.

Sac-tech

Il rilancio a 360 gradi di una franchigia NBA non può passare soltanto da un rafforzamento della squadra ma inevitabilmente necessita di un progetto di coinvolgimento totale, online e offline.

Vivek Ranadivé ha il pedigree giusto: 58 anni, nato in India, una formazione di altissimo livello a Harvard e MIT, ha fatto fortuna nella Silicon Valley con società di software che aiutavano le aziende a digitalizzarsi per rimanere competitive sul mercato. Di fatto ha modernizzato Wall Street negli anni ’80: ora sta portando quell’esperienza nella NBA per dare energia al rapporto con i tifosi e affermarsi come presenza globale. Attraverso l’incremento della tecnologia, Ranadivé vuole rinforzare e ampliare su scala globale la base dei fa dei Sacramento Kings e rendere la franchigia un grande social network, un “lab” all’avanguardia per lo sviluppo di tecnologie multimediali. La sua ambizione più grande è che le innovazioni portate ai Kings possano rivoluzionare l’intera NBA e renderla una lega ancor più mondiale di quanto non lo sia già ora.

Due le direttrici. La prima è l’introduzione dell’analisi dei big data nell’area tecnica, per selezionare nel modo migliore giocatori e vivisezionare le prestazioni, un po’ come la sabermetrica nel baseball impiegata da un decennio a questa parte per costruire squadre da titolo ottimizzando le risorse a disposizione. La seconda è un ripensamento totale dell’esperienza di interazione tra fan e partita, che viene spinta al massimo livello. Attraverso l’app Royal Circle, esclusivamente rivolta ai tifosi, uno spettatore può ordinare una bibita dal suo smartphone direttamente al proprio posto, “geolocalizzarsi” all’interno dell’impianto per ricevere indicazioni sul fan store o sulla toilette più vicini, condividere foto o video, comunicare istantaneamente con altri fan, vincere biglietti o merchandising ufficiale. Ma può farlo anche chi segue la partita da casa e da qualsiasi parte del mondo, in modo tale di vivere quasi la stessa esperienza di chi è fosse seduto in arena.

L’elenco delle innovazioni introdotte nel corso degli ultimi due anni è lunghissimo e hanno reso i Sacramento Kings la franchigia più tecnologica del mondo, tanto da riservare un suo scout (Ryan Montoya, senior vice president of strategy innovation and technology) alla ricerca non di giocatori interessanti ma di tecnologie che possano essere utili a squadra e società. I Kings sono stati la prima franchigia dello sport professionistico ad accettare i bitcoin, la moneta virtuale. Hanno fatto indossare i Google Glass alle cheerleader, alla mascotte e persino ai giocatori (ovviamente solo durante allenamenti e riscaldamento pre-partita) per trasmettere immagini da una prospettiva davvero unica.

Hanno introdotto proiezioni 3D del parquet sempre più audaci, hanno testato la realtà virtuale Oculus Rift durante l’ultima Summer League (e grazie a cui gli interessati possono visitare la nuova arena e acquistare già i posti migliori) e infine l’innovazione più sorprendente, umana più che tecnologica: il crowdsourcing del Draft, in cui i Kings guidati dal general manager Pete D’Alessandro si sono fatti aiutare da nove esperti di dati selezionati tra il pubblico, spesso ventenni o poco più tra studenti di economia e “cervelloni” vari, di cui quattro sono stati invitati direttamente nella “war room” per vivere in prima persona la fibrillazione del giorno del draft.

Social Kings

Lo spirito che anima i nuovi Sacramento Kings si riflette ovviamente, oltre che nella crescita della squadra e nella costruzione della nuova arena, tutti i giorni nella strategia social dei viola. La pagina Facebook (oltre 1 milione e 360 mila like), il profilo Twitter (+ 360 mila), quello Instagram (+ 276 mila) e via via gli altri social minori veicolano quotidianamente infografiche, link ad articoli, foto della squadra non solo in campo ma anche impegnata nelle relazioni sociali con la comunità locale.

Come ormai d’obbligo, è stato scelto un hashtag basato sullo slogan ufficiale della squadra per questa stagione, #sacramentoproud, per raggruppare tutte le esperienze di condivisione. Altre vie per coinvolgere il pubblico è quello dei flashback settimanali, sull’onda degli MJ Mondays di Slam dedicati agli “amarcord” di Michael Jordan da condividere ogni lunedì.

Ecco così i #MikeBibbyMonday, i #JWillWednesday, gli #StojakovicSaturday e in generale i #FlashbackFriday (o i #thursdayThrowback) oppure spazio al quiz con i #WhoAmIWednesday, in cui la foto di un King famoso viene “spogliata” di testa, gambe e braccia e viene fatto indovinare a chi quella divisa di gioco appartiene.

Usare la franchigia come un social network per spingere l’intero involucro tecnologico a servizio della NBA: questa la grande missione di Vivek Ranadivé e dei suoi Sacramento Kings.

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