Vince Papale, il Rocky del football americano

Nel cinquantaduesimo Super Bowl, in programma il 4 febbraio 2018 a Minneapolis, a sfidare i campioni in carica dei New England Patriots ci saranno i Philadelphia Eagles.

La presenza di questi ultimi all’atto finale della NFL – la terza dopo le apparizioni, entrambe perdenti, delle stagioni 1980 e 2004 – è l’occasione giusta per raccontare la storia di Vince Papale, l’uomo che visse nella realtà l’epopea del più conosciuto eroe filadelfiano: Rocky.

Dal pugilato al football americano, dalla fantasia alla realtà il passo è breve, se si ha a che fare con la realizzazione di un sogno impossibile, con la passione per uno sport e con una delle città più sanguigne degli Stati Uniti. Tanto che, se da un lato la vicenda di Papale ha “pericolose” somiglianze con il film di Sylvester Stallone uscito nello stesso anno, dall’altro è stato ciò che ha vissuto l’ex wide receiver degli Eagles a ispirare un film: Invincible con Mark Wahlberg, nel 2006, tradotto in Imbattibile nella versione italiana.

 

Da tifoso a giocatore

Vincent Francis Papale, nato in Pennsylvania il 9 febbraio 1946, ha giocato tra i professionisti del football soltanto per tre anni, ma realizzando il sogno di qualsiasi tifoso: vestire la maglia della propria squadra del cuore, quella per cui si tifa fin da bambini, quella per cui da grandi, pur di seguirla, si compiono sacrifici per potersi permettere l’abbonamento allo stadio e guadagnarsi quelle due ore di svago domenicale, un po’ come avviene in Europa con il calcio. Papale è il protagonista di una storia profondamente americana: un outsider venuto dal nulla che, grazie a un’opportunità ben sfruttata, riesce ad arrivare laddove fino a poco prima sembrava impensabile, ribaltando ogni pronostico immaginabile.

Più o meno come nel primo film della saga di Rocky, ma anche come in altre situazioni realmente accadute e narrate in pellicole che, guarda caso, condividono con Invincible gli stessi produttori, Mark Ciardi e Gordon Gray: Miracle, basato sulla storia della medaglia d’oro vinta contro ogni previsione dalla Nazionale statunitense di hockey su ghiaccio ai Giochi olimpici invernali di Lake Placid 1980, sconfiggendo squadre molto più forti come la favorita Unione Sovietica, e The Rookie. Un sogno, una vittoria, con Dennis Quaid nei panni di Jimmy Morris, il lanciatore di baseball che ebbe la sua occasione di giocare in MLB in età sportivamente avanzata, quando ormai sembrava rassegnato alla monotonia della vita di provincia e al tranquillo lavoro di insegnante di scienze in un piccolo liceo del Texas.

Tuttavia sono quelli tra Vince Papale e Rocky Balboa i parallelismi più sorprendenti: stesse origini italiane, stesso spirito dell’emigrante duro e puro, stesso anno (1976), stessa città (Philadelphia) e addirittura stessa zona di provenienza (la difficile South Philly), stessa età (30 anni) e ulteriori similitudini ben evidenziate dal film, come quando Vince, al pari di Rocky, si allena correndo per le aree industriali e povere della città. Con una differenza sostanziale tra i due personaggi: Vince Papale è realmente esistito.

Vince Papale Mark Wahlberg
Chi è Vince Papale? E chi Mark Wahlberg?

Far volare di nuovo gli Eagles

A metà degli anni ’70, durante una delle più violente crisi economiche del secolo, l’operaia città di Philadelphia non se la passa affatto bene, tra fabbriche che chiudono e lavoro che scarseggia. E neppure la sua amata squadra di football riesce a dare qualche minima soddisfazione ai fedeli appassionati che riempiono gli spalti del glorioso Veterans Stadium, “The Vet“, l’impianto allora condiviso con i Phillies di baseball e demolito nel 2004 per far posto a quello che sarà il parcheggio dei due nuovi impianti che verranno costruiti lì vicino, il Citizens Bank Park per il baseball e il Lincoln Financial Field, nuova casa degli Eagles, entrambi parte del South Philadelphia Sports Complex insieme al Wells Fargo Center, l’arena dei 76ers della NBA e dei Flyers di NHL, e a un altro glorioso palazzo anch’esso buttato giù da qualche anno, lo Spectrum.

Chiusa la parentesi sui templi dello sport della città dell’amore fraterno e tornando al football, nel 1975 gli Eagles sono l’emblema della frustrazione: non raggiungono i playoff ormai da quindici anni, precisamente dal 1960, quando vinsero il loro ultimo titolo NFL, risalente peraltro all’epoca pre-Super Bowl (prima ancora, le Aquile verdi ne avevano vinti altri due, nel 1948 e nel 1949), e collezionano una lunga serie di stagioni negative, ultima delle quali un 4-10 che induce il proprietario degli Eagles, Leonard Tose, a silurare coach Mike McCormack e ad assumere Dick Vermeil.

Californiano, all’epoca quarantenne allenatore di UCLA, Vermeil proviene dal mondo dei college ed è un perfezionista orgoglioso che crede fermamente nel lavoro duro. Gli viene dato l’arduo incarico di risollevare una volta per tutte i Philadelphia Eagles. Vermeil si rende conto fin da subito che per costruire una squadra in grado di tornare ai vertici ci vorrà parecchio tempo e altrettanta pazienza, come del resto avviene in ogni sport professionistico americano, e quindi ritiene essenziale che, prima ancora dei risultati, la cosa più urgente da cambiare è la mentalità di un ambiente che ormai si è abituato a convivere con la sconfitta e tutt’altro che semplice da gestire. Per dire: qualche anno prima i tifosi degli Eagles, a mo’ di contestazione, avevano preso a pallate di neve nientemeno che… Babbo Natale, durante una partita di dicembre di una stagione decisamente perdente.

Dick Vermeil Philadelphia Eagles
Coach Dick Vermeil

Cercando una svolta

Così, per riaccendere un po’ di entusiasmo e per risvegliare il senso di appartenenza, in quella fatidica estate del 1976 coach Vermeil e il suo staff decidono di tenere un provino aperto, almeno per svegliare e coinvolgere un po’ il mondo Eagles, ma in realtà senza aspettarsi di trovare davvero qualche giocatore interessante per le esigenze di un team professionistico. Al try out del Veterans Stadium, come ben ricostruito nel film Invincible, si presenta una nutrita e variopinta fauna di circa 800 giovani e meno giovani, tra ex giocatori di liceo e di college, altri provenienti dalle leghe minori semi-professionistiche e infine semplici e temerari appassionati che cercano l’occasione della vita.

Mentre in casa Eagles succede tutto questo, non lontano da lì Vince Papale, a trent’anni compiuti, non sta attraversando un buon periodo. Dopo aver lasciato nel 1974 l’impiego di insegnante nel liceo in cui si era diplomato, la Interboro High School di Prospect Park, sempre nell’area metropolitana di Philadelphia, per tentare l’avventura e i soldi facili in una squadra semi-professionistica di football, i Philadelphia Bell, militanti in una di quelle leghe minori tanto pittoresche quanto finanziariamente instabili (in questo caso la World Football League, mentre qualche anno prima aveva viaggiato per un po’ con gli Aston Green Knights nell’improbabile Seaboard Football League), Vince si ritrova senza lavoro e con una pila di bollette da pagare, in seguito al fallimento della lega di cui sopra dopo neanche due anni, e deve quindi arrangiarsi per un periodo come barista, in attesa di un probabile reinserimento nel distretto scolastico in qualità di insegnante. E nel frattempo, come faceva da diversi anni, si diverte e si tiene in forma nei tornei amatoriali di rough touch football: una versione ridotta del football, in realtà piuttosto dura e pericolosa, in quanto giocata senza protezioni e su campetti fangosi o polverosi. A questo punto, però, è necessario fare alcune importanti distinzioni tra la realtà e la finzione cinematografica.

Veterans Stadium
“The Vet”, oggi non più esistente.

Vince Papale tra realtà e finzione

Come si sa, per sua natura il cinema ha la necessità di condensare in un paio d’ore eventi sviluppatisi su una durata di mesi o anni e di romanzare, ingigantire e infine catalogare le varie fasi di una storia. Per questioni di tempo e di appetibilità presso il pubblico, nello storytelling cinematografico americano devono essere ben individuabili i vari periodi che l’eroe attraversa: l’insoddisfazione iniziale, l’ulteriore caduta in cui nulla gira per il verso giusto, l’occasione di svolta, la fase dell’impegno e del lavoro duro, le ulteriori difficoltà e la sfida finale.

Così in Invincible, Mark Wahlberg alias Vince Papale si ritrova più o meno contemporaneamente a perdere lavoro, moglie e fiducia e solo quando ha toccato il fondo arriva in soccorso l’opportunità del provino con gli Eagles. Nella realtà, Vince era stato mollato dalla prima moglie già da cinque anni (con un durissimo appunto scritto su un foglietto e ripreso fedelmente nel film: “You’ll never go anywhere, never make a name for yourself and never make any money”, “non andrai da nessuna parte, non diventerai mai nessuno e non farai mai soldi”, che lui userà giorno dopo giorno come motivazione), il lavoro come già detto lo aveva lasciato per giocare a football e, soprattutto, non seppe per caso del provino degli Eagles, ma vi fu invitato a partecipare insieme ad alcuni compagni di squadra appena rimasti fuori dalla lega semi-professionistica. Si rientra invece nella realtà dei fatti con lo spirito guerriero con cui Vince si mette in mostra sul campo del Veterans Stadium agli occhi dello staff tecnico degli Eagles. E una volta notati i suoi ottimi tempi ottenuti negli scatti sulle 40 yard, coach Vermeil decide allora di offrirgli la più grossa delle opportunità, convocandolo al training camp in vista della stagione 1976, che ha sede, come da tradizione, nelle spartane strutture di un college, in questo caso il Widener di Chester, Pennsylvania, tra l’altro la cittadina natale di Papale.

Quindi, Vince Papale non viene esattamente dal nulla, ma comunque prima della chiamata delle Aquile vive, lavora e gioca in un contesto lontano anni luce dal football NFL: allora è lecito affermare che la sua situazione assume veramente i contorni dell’incredibile e dell’inaspettato. A maggior ragione se si considerano i suoi inizi: negli anni di liceo, soltanto nell’ultimo anno un Papale fisicamente ancora non ben strutturato riesce a far parte del varsity team (cioè la prima squadra della high school), e successivamente sceglie l’università di St. Joseph, sempre a Philadelphia, grazie a una borsa di studio non per il football, dal momento che gli Hawks non hanno neppure una squadra in questo sport, ma per l’atletica, dove si distingue nel salto con l’asta, salto in lungo e salto triplo, mentre a livello accademico si laurea in marketing e management nel 1968. I geni dello sport, in ogni caso, Vince li ha dentro di sé, in quanto figlio di un’atleta di origini inglesi nonché giocatrice professionistica di baseball negli anni ’30 (negli USA il baseball è giocato anche da donne, così come il softball c’è anche al maschile), mentre dal padre operaio nelle industrie di Philadelphia, figlio di emigranti, eredita la tempra indomabile e l’attitudine a cavarsela nelle difficoltà.

Special player

Nel periodo in cui gioca da semi-professionista, soprattutto nella più recente esperienza con i Philadelphia Bell, il wide receiver Papale si distingue soprattutto negli special team. Nella prima stagione raccoglie 9 passaggi per 121 yard complessive, una media di 13,4 yard per ricezione, mentre nel 1975 soltanto un passaggio ma per un touchdown di 49 yard. Prestazioni che sono sufficienti per valere l’invito degli Eagles.

Cosa sono gli special team nel football americano? Sono formazioni che entrano in campo solo in determinate situazioni di partita, come il kickoff, il punt, il tentativo di realizzazione del field goal o dell’extra point. Sono composte normalmente da giocatori di rincalzo e molto specializzati, che restano in campo per breve tempo, ma possono risultare decisivi per l’esito di una partita in quanto spesso sono chiamati in campo negli ultimi secondi di gioco. Considerati questi fattori, è proprio in uno special team che molti giocatori meno adatti a far parte degli schieramenti di attacco e di difesa possono trovare la loro dimensione ed emergere: così è per Vince Papale.

Conscio dell’enorme occasione nel ritrovarsi a trascorrere la preseason insieme ai suoi amati Philadelphia Eagles che lui era abituato a tifare dai settori popolari del Veterans Stadium, Vince ci mette tutta l’energia possibile, superando tutte le diffidenze iniziali, dal momento che gli altri giocatori lo considerano una trovata pubblicitaria del club. Nel lungo e durissimo ritiro, Vince supera man mano tutti i tagli che vengono progressivamente effettuati al roster e alla fine coach Vermeil, posto di fronte alla scelta dell’ultimo giocatore che farà parte della squadra, lo preferisce a un certo Sampson grazie al maggior cuore che mette in campo, al suo carisma e al grande appeal che suscita presso i tifosi di South Philly, lo “zoccolo duro” dei fan degli Eagles.

 

Papale, un rookie di 30 anni

A trent’anni, Papale diventa il rookie (matricola) più vecchio nella storia della NFL (kicker esclusi) a scendere in campo senza l’esperienza universitaria alle spalle, vestendo la maglia degli Eagles per tre stagioni consecutive e addirittura contribuendo alla prima vittoria tra i professionisti di coach Vermeil proprio in quel 1976, durante la partita con i New York Giants in cui provoca un fumble avventandosi sul punter e, raccattato l’ovale, si invola in un presunto touchdown.

Anche qui c’è da fare una precisione tra realtà e film: Vince Papale non ha mai segnato un touchdown in NFL, a differenza di quanto succede nella versione cinematografica. Secondo le regole allora vigenti, quella corsa di Papale nella end zone dopo aver recuperato la palla dal fumble non è valida come touchdown, ma è comunque una giocata chiave che consente alla squadra di tornare in fase di attacco e di andare a segno poco più tardi. Una giocata che dice molto dell’incredibile foga che Vince tira fuori sul gridiron: scende in campo ogni volta come una persona che vive il proprio sogno e non vuole lasciare nulla d’intentato, assaporando fino in fondo quell’esperienza. Picchia duro, placca tutti, si rialza dopo ogni (durissimo) colpo subito, prende botte e le restituisce, si avventa a tutta velocità sugli avversari, non ha la benché minima paura di farsi male ed è disposto a tutto per la squadra.

Per questo è amato ogni oltre misura, a Philadelphia. Lo considerano un pazzo, ma un pazzo in senso positivo, per la sua capacità di sbucare quasi dal nulla e abbattere qualcuno con la sua furia agonistica, e la sua frase Who’s nuts?“, chi è matto? diventa cult. I tifosi degli Eagles e tutta la città di Philadelphia si identificano in lui, per la grande capacità di regalare speranza ed entusiasmo. Lui è l’incarnazione di un sogno realizzato ed è uno che dà tutto, senza mai risparmiarsi, in una città che chiede esattamente questo ai suoi beniamini dello sport.

La straordinaria vicenda di Vince Papale fa passare in secondo piano i numeri non esaltanti delle sue tre stagioni agli Eagles: in 41 presenze su 44 partite totali di regular season, totalizza una sola ricezione da 15 yard contro i Tampa Bay Buccaneers nel 1977 e non va mai in touchdown. Ed è ancora solo grazie al suo carattere che riesce a ottenere riconoscimenti particolari come quello di capitano degli special team e di “Uomo dell’anno” di Philadelphia nel 1978, soprattutto per le sue attività di beneficenza. Si ritira dopo tre anni per un serio infortunio alla spalla.

 

Per sempre Philadelphia

L’arrivo di Vince Papale ai Philadelphia Eagles, anche se ci vorranno ancora un paio d’anni prima di tornare ai playoff, è il simbolo del cambio di rotta: la stagione del debutto, suo e di coach Vermeil, segna la fine del periodo nero della franchigia. Il successivo arrivo del quarterback Ron Javorski proietterà sempre più in alto gli Eagles, che nella stagione 1980 arriveranno fino al loro primo Super Bowl, perso contro gli Oakland Raiders (nel football americano le stagioni si indicano con l’anno in cui iniziano, quindi il Super Bowl della stagione 1980 si è giocato in realtà a gennaio 1981).

Dopo il ritiro, Papale ha lavorato come commentatore per radio e tv e in seguito nel settore bancario. Oggi, settantaduenne, sopravvissuto a un cancro al colon retto nel 2001 affrontandolo con lo stesso animo con cui giocava a football, vive a Cherry Hill nel New Jersey con la moglie Janet Cantwell, che non ha conosciuto nel 1976 come raccontato nel film (la parte della protagonista femminile è affidata a Elizabeth Banks), ma molto più tardi, e da cui ha avuto i due figli Gabriella e Vinny.

La storia di Vince Papale è diventata un film solo trent’anni dopo, in seguito a un video realizzato nel 2001 per celebrarne la similitudine con Rocky: il documentario attira l’interesse di Hollywood e nel 2006 esce Invincible, diretto dal regista esordiente Ericson Core e aperto da un del cantante filadelfiano Jim Croce, scomparso nel 1973 a soli trent’anni, I got a name. Nasce un grande feeling tra Mark Wahlberg e lo stesso Papale e c’è un cameo sia dello stesso Vince come comparsa nel ruolo di un assistente allenatore sia di suo figlio Vinny nei panni di un ragazzino che gioca in strada indossando una maglia verde con il numero 83. Nel cast, insieme a Wahlberg e Banks, anche Greg Kinnear nel ruolo di coach Vermeil e Kevin Conway che interpreta il padre di Vince.

L’incredibile storia di Vince Papale, che venne fuori dal nulla e realizzò il suo sogno di giocatore di football e di tifoso dei Philadelphia Eagles, riflette il cuore di una città che ama profondamente le sue squadre e che ama alla follia quegli atleti che, nonostante le cadute e le difficoltà, sanno affrontare la realtà e riescono a rialzarsi.

Don’t stop living your dreams“, non smettere mai di vivere i tuoi sogni: parola di Vince Papale.

vince papale

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