Avila è ripartita! È iniziata una nuova stagione nella palestra romana, dove il campo multidisciplinare è stato battezzato nei primi giorni di settembre da vecchie guardie e dagli arrivi della squadra under 17.
Con mia grande felicità c’è anche una giovanissima e gagliarda giocatrice con un temibile gioco sotto canestro, e tagli precisi che mi mettono in difficoltà quando la marco.
Nel corso degli anni i protagonisti sul parquet sono cambiati.
Alcune persone sono arrivate e andate via in un lampo, lasciando un ricordo sbiadito e anche un po’ di rimpianto; altre hanno fatto la differenza con il loro modo di giocare, cerebrale o esplosivo, strategico o atletico, ma con un ineccepibile senso del team nel sangue; altre ancora si sono trasferite, sono state travolte dagli impegni di lavoro, sono andate a giocare in altri contesti, hanno avuto infortuni o semplicemente hanno smesso di giocare.
In questi pochi anni ne ho ammirate molte e ho sognato spesso di essere come loro.

Ho guardato con stupore spettacolari tiri da tre eseguiti in una pausa trovata chissà dove, aggiustando di poco postura e mira per portare a casa il risultato. Ho apprezzato playmaker autorevoli orchestrare il gioco, chiamare all’ordine il resto del quintetto, con un’esperienza e una comprensione del basket costruita in anni di campionati, allenamenti e campetti. E ho invidiato la velocità dei tagli nel senso dello schema urlato e la capacità di acchiappare gli spicchi anche nei casi più impossibili.
Ma anche i passaggi fantasiosi, all’indietro, di sbieco, sotto le gambe, guardando di lato, con un intuito da indovino nell’azzeccare la posizione dell’altro giocatore. O il coraggio dell’entrata in terzo tempo, cogliendo l’attimo di uno spazio in mezzo alla difesa più agguerrita, anche se sei una donna in un mondo di uomini. Oppure, ancora, la noncuranza per un canestro mancato, andando avanti nel gioco e tirando ancora senza pensare troppo. La prontezza della presa del rimbalzo, sorprendendo gli avversari e spezzando l’attacco, in una elevazione diretta verso la possibilità di vincere.
E poi ancora ho compreso, disillusa e più pragmatica, la cattiveria necessaria per essere un attaccante, ma anche un difensore, senza ingenuità e concessioni inopportune.
Infine, ho ammirato la straordinaria identità di un giocatore completo che padroneggia ogni abilità, dal tiro al terzo tempo, e ha l’atteggiamento giusto verso i compagni e gli avversari, in un equilibrio continuamente ricercato che onora il basket più di ogni altra performance.

Avrei voluto essere migliore ispirandomi a ognuno di loro. Poi però mi sono bloccata e, tra maggio e luglio, ho smesso di tirare. Se ne sono accorti, soprattutto il coach e il mio amico P. Grazie a loro e a tutta la squadra, ho capito che avevo imparato tanto in questo tempo non troppo lungo che è intercorso tra il primo palleggio e il tiro di mercoledì andato a segno. Un bel tiro!
Sono senz’altro un difensore migliore e mi piace difendere. Non mi risparmio mai, a zona a uomo non importa, lo adoro! Realizzo meglio i tagli e mi passano la palla più di prima. Sbaglio di meno i passaggi e ho imparato a scegliere strade sicure, piuttosto che imitare strani artifici che non andrebbero a segno. Ho realizzato il terzo tempo quando me la sentivo e c’era lo spazio e il modo giusto per le mie capacità. Ma soprattutto, come ha detto P., ho imparato a non sottovalutare i miei progressi. E, come dice il coach, a non misurare il mio valore dal numero di canestri.
E infine, adesso so che non si scende in campo pensando “mai come te“. Semmai si arriva sul parquet ripetendo “al meglio che posso per come sono“. È così che si trova il coraggio del tiro, la forza della difesa, la caparbietà dell’attacco. È così che si gioca a basket. Con amore per Avila, sempre!
Prima foto in alto: cottonbro studio / Pexels