The Rookie #7 – Terzo tempo

Per fare un terzo tempo bisogna saper volare. Lo so, non abbiamo ali, fisicamente non ne siamo dotati. La nostra anima, però, può essere capace di bianche ali giganti, se resa leggera.

In quei due passi prima del salto verso il canestro, non possiamo portare pesi, zavorre. La mente deve essere sgombra e il cuore un po’ corsaro, nel rubare tempo e spazio con coraggio e un sorrisetto audace. Solo così la nostra anima può creare ali da spiegare senza paura.

Non sarà stato un caso se, a un tratto nella mia vita, per una serie di decisioni forti e sofferte, ma senz’altro dovute, si è creata l’opportunità per volare facile e realizzare il terzo tempo. Dopo mille tentativi morti sul nascere, bloccata dal non so come, dove e quando, ho cavalcato un attimo quasi impercettibile, sono stata veloce abbastanza e, forse proprio perché nessuno se lo aspettava (diciamo pure che avevano perso le speranze), ho eseguito un solo palleggio e poi i due passi del terzo tempo per tirare e fare canestro.

È stato facile, perché era semplice in quell’istante. Non c’era bisogno di tutte quelle abilità come finte e giri su piede perno, non ho dovuto aspettare i movimenti di squadra o schemi che si sviluppano di conseguenza. Avevo la palla, c’era spazio e potevo provare. Perché no? Mi sentivo pronta… dopo tre anni! “Era ora“, dice il coach!

Mi ha stupito il fatto che il canestro fosse così vicino, a portata di tiro. Insomma, avevo sempre avuto la sensazione che tra la linea del tiro da tre e il canestro ci fosse una sorta di fiume da guadare, una valle lunga e infinita da percorrere. E invece no.

Dopo aver eseguito mille e più “un, due, canestro” nella parte dell’allenamento che precede le partite ad Avila, lo swoosh è stato immediato e ne sono seguiti altri e poi altri ancora, soprattutto se si stava giocando un tre contro tre, o se il gioco non era troppo veloce e ballava secondo un ritmo a me congeniale.

terzo tempo the rookie
Foto: Ludo Poire / Unsplash

Adesso sento il piacere del terzo tempo. Quel correre verso il canestro palleggiando poco e velocemente per poi alzarsi in aria, come alla fine di un salto triplo con elevazione. E, se nessuno ti marca, o meglio se nessuno riesce a marcarti perché ormai sei corsaro, quel buttare la palla dentro l’anello, cadere giù ed esultare con la tua squadra sono impareggiabili.

È una festa in volo, un regalo coraggioso. È una sorprendente versione di me che gioco a basket! Adesso non vedo l’ora di avere quella occasione di tirare in terzo tempo, volando, e poi esultando sullo swoosh. E se sarà sdeng non importa, comunque ho volato. Non vedo l’ora di prendermi lo spazio sul campo, di fare mio il territorio e il tempo di gioco.

Non mi stanco mai della palla a spicchi. Da quando riesco a giocare il terzo tempo, comprendo meglio il basket. Lo sento, quando sta per arrivare un terzo tempo, anche se non è il mio.

E sento più di prima il ritmo dell’assist, del passaggio dal lato giusto del campo verso il giocatore che taglia e chiede palla. Sento la posizione da assumere mentre i giocatori girano e cambiano ruolo, sento la danza, la mia e quella degli altri compagni di squadra, posso intuire come si svilupperà, riesco a tradurre le smorfie, gli ammiccamenti, gli sguardi.

È il miracolo di un terzo tempo maturo che ha aggiunto molto al mio gioco e, voglio dirlo, alla mia vita. Ma non è tempo di sentirsi al traguardo. La squadra intorno a me cambia, si sono accorti che posso entrare e segnare o provare a farlo, e quindi mi marcano e mi tolgono la palla. Ovvio, cosa mi aspettavo?

In un gioco complesso come il basket non c’è un arrivo, ma un miglioramento continuo e c’è ancora tanto da imparare, da perfezionare… per fortuna! Sarà per questo che ogni giocatore o giocatrice rimane rookie per sempre. Non resta che continuare a giocare e scoprire cosa siamo in grado di realizzare, terzo tempo e dintorni, con rinnovato entusiasmo!

Prima foto in alto: Sebastian Graser / Unsplash

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