Basket e carcere: “Q Ball”, il documentario sui San Quentin Warriors

Tra i programmi di riabilitazione e reinserimento sociale del carcere di massima sicurezza di San Quentin, California, 30 chilometri a nord di San Francisco, c’è molto sport e la squadra di basket degli Warriors è una sorta di fiore all’occhiello.

Sul playground del penitenziario, istituito nel 1852 e tristemente noto per avere al suo interno l’unico braccio della morte rimasto nello stato, da vari anni vanno in scena partite tra i detenuti locali e squadre amatoriali della zona. Gli avversari, ovviamente, sono uomini liberi che, in nome della passione per il basket, accettano di recarsi a giocare dentro le mura di “The Q“.

L’esperienza dei San Quentin Warriors è raccontata nel film documentario Q Ball di Michael Tolajian, uscito nel 2019 e disponibile su Netflix. Kevin Durant è il produttore esecutivo insieme a Fox Sports Film e altre case.

Q Ball: sognando gli Warriors

Warriors non è un nome scelto a caso. I Golden State Warriors della NBA, infatti, hanno “adottato” questo programma, fornendo alla squadra divise e materiale tecnico e stabilendo un’importante consuetudine: nell’ultima partita della stagione di San Quentin, i detenuti cestisti affrontano i “veri” Warriors. Non le grandi star, che a volte hanno partecipato in veste di spettatori, ma una rappresentativa composta da membri dello staff tecnico dei team NBA e G League e del front office.

In ogni caso, se c’è qualcosa che non manca tra i ragazzi di San Quentin è il talento. Hanno voglia di giocare, di far vedere quanto sono bravi, di distogliere la mente, di sentirsi un po’ più liberi all’interno di quel rettangolo. Di vedere, ogni volta che alzano lo sguardo, come prima cosa un canestro e non le guardie armate o il filo spinato. Qualcuno di loro aveva le carte in regola per andare al college, o tra i professionisti, prima di perdersi nei tortuosi meandri di un’esistenza oltre i limiti.

I giocatori di San Quentin sono dentro con le condanne più svariate: si va dall’omicidio allo spaccio, dal possesso illegale di arma da fuoco alla violenza domestica, dall’uso di sostanze stupefacenti allo sfruttamento della prostituzione. Sono detenuti veri, colpevoli di crimini efferati, non certo innocenti finiti in gabbia per errore. È il basket, oltre ai tanti altri programmi riabilitativi, a unirli, a permettere di condividere l’uno con l’altro le proprie storie e le enormi difficoltà personali, in un percorso verso il riscatto sociale, verso un reinserimento nella comunità che tra l’altro per alcuni di loro potrebbe non avvenire mai.

Un carcere, del resto, non è un posto dove rinchiudere i delinquenti e buttare la chiave. Sì, è vero, ci sono i detenuti peggiori, gente intenzionata a continuare a fare del male, che giustamente va tenuta lontano dagli altri. Ma un carcere deve essere anche un posto che offra a tutti gli altri, che sono la maggioranza, l’opportunità di riprendersi la propria umanità, la possibilità di una redenzione a chi tornerà a frequentare la società da persona libera. E va assolutamente evitato che lo faccia da persona uguale o peggiore a quando è entrato in cella.

Una squadra di basket per il riscatto

I San Quentin Warriors giocano per dimostrare al mondo quanto ci sanno fare con una palla a spicchi tra le mani. Che avrebbero potuto farcela. Che sono esseri umani in tutto e per tutto. Si incoraggiano l’un l’altro. Il basket è un linguaggio universale che unisce le loro menti più di qualsiasi seduta di psicoterapia. Lo strumento più semplice e inclusivo, in grado di creare un legame tra uomini con un passato così drammatico e di alimentare la speranza. Perché per un detenuto la speranza è tutto.

Far parte di questa squadra non è un diversivo. A chi vuole giocare è richiesto di firmare un contratto con sette regole di comportamento: seguire le istruzioni del coach; impegnarsi ad allenare il proprio corpo; partecipare agli allenamenti di squadra; partecipare alle riunioni di squadra; essere responsabili dentro e fuori dal campo; dimostrare integrità; essere positivi compagni di squadra. L’allenatore è Rafael Cuevas, anche lui un detenuto: è stato condannato nel 2004 per aver ucciso un ragazzo a coltellate, in seguito a un futile diverbio al di fuori di uno stadio di baseball. Prima giocando e poi nelle vesti di coach, Cuevas ha indirizzato i suoi demoni nella competizione, che aiuta nella rinascita e nella maturazione personale. Il suo motto è “Il carattere viene per primo, il talento per secondo“.

In Q Ball le immagini della stagione 2018 dei San Quentin Warriors si alternano ai racconti di alcuni dei giocatori della squadra, ciascuno dei quali ha un soprannome da playground. Harry “The Phenomenon” Smith, Tevin “Cutty” Fournette, Allan “Black” McIntosh, Anthony “Half Man Half Amazing” Hammons e altri raccontano la loro vita, come sono finiti in carcere, le loro speranze. Le loro storie colpiscono dritto al cuore, come quel coltello di “coach” Cuevas che spezzò una giovane vita. Ci sono interviste ai loro familiari e a quelli delle vittime, per offrire un altro punto di vista. La storia segue soprattutto Harry Smith, trentunenne di Atlanta con fisico e talento da NBA, ma alle prese con l’avversario più duro da affrontare: la sua testa. Smith è destinato a uscire di prigione giusto alla fine della stagione di basket e ha impressionato lo staff dei Golden State Warriors: cosa il destino ha in serbo per lui?

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