“Basketball or nothing”, sogni e speranze a spicchi nella riserva Navajo

Nel 1864, dopo una lunga resistenza, oltre ottomila Navajo furono deportati, per mano dell’esercito degli Stati Uniti, dai natii territori dell’Arizona nord-orientale alla riserva di Bosque Redondo in New Mexico.

Quel trasferimento forzato di circa 700 chilometri, passato alla storia come la “Lunga Marcia dei Navajo” (The Long Walk of the Navajo), causò la morte di centinaia di loro, minando l’identità culturale di un popolo antichissimo.

Quattro anni dopo, un trattato di pace con il governo pose fine all’esilio: ai resilienti Navajo fu consentito di tornare a vivere nelle loro terre. O meglio, in una nuova riserva, a cavallo degli attuali confini di Arizona, New Mexico e Utah, dove mantenere e tramandare stile di vita e tradizioni. Uno schema molto comune, in uno dei tanti tristi capitoli delle cosiddette guerre indiane.

La Navajo Nation

La Navajo Nation esiste tuttora ed è la più grande riserva nativo-americana: un territorio dotato di autonomia amministrativa che si estende per 71.000 chilometri quadrati (pressappoco come l’Irlanda, per dare un’idea), e popolato da circa 170.000 abitanti (sulle 300.000 persone di etnia Navajo totali). Come si può facilmente intuire, non se la passano bene.

Isolamento, povertà, alcolismo, tossicodipendenza, alti tassi di suicidio, per non parlare, in tempi di coronavirus, dell’insufficienza di strutture sanitarie: tutte cose all’ordine del giorno da quelle parti, dove si vive in cittadine che non superano i diecimila abitanti, sperdute nel deserto, circondate da un paesaggio così aspro che rende perfettamente l’idea dell’essere in the middle of nowhere, in mezzo al nulla. Le grandi città più vicine, Phoenix e Albuquerque, distano parecchie ore d’auto.

Dietro la compostezza e l’attaccamento alle tradizioni che gli abitanti locali non mancano di mostrare, si celano drammatiche realtà di gente che, a ogni sorgere del sole, è attesa da una lotta quotidiana. Persino assicurare elettricità, acqua corrente e qualche modernità alle loro povere ma dignitose abitazioni è stata una dura conquista.

Nelle cittadine della riserva Navajo, inoltre, non esistono svaghi e per un giovane è fin troppo facile prendere brutte strade. C’è però in queste lande remote un importante diversivo per i ragazzi e per l’intera comunità: lo sport. In particolare uno: il basket.

Basketball or nothing, nelle terre del rezball

Questo è il contesto in cui è stata realizzata Basketball or nothing (“Basket o niente”), una docuserie Netflix in sei episodi uscita nel 2019. Una troupe, diretta dai registi Matt Howley, Michael Lucas e Gabriel Spitale, ha seguito passo passo la squadra dei Wildcats della Chinle High School durante la stagione 2017-18.

Chinle è un posto di 4500 abitanti sulla highway 191, nel nord-est dell’Arizona, dove l’unico sollievo alla realtà sopra descritta è il basket liceale. Una passione così forte che ha reso possibile la costruzione di una stupenda arena, il Wildcat Den, da 7500 posti, una capienza addirittura superiore al numero degli abitanti. I Wildcats sono impegnati nel campionato statale classe 3A (ogni stato USA ripartisce i suoi licei in categorie, di norma cinque, in base al numero di studenti) e nella loro conference affrontano in gran parte scuole di altre riserve, per qualificarsi alle fasi successive. Sono diversi anni, però, che la Chinle High School non riesce a fare una stagione vincente: sembra che il rezball dei Wildcats non funzioni più.

Rezball sta per reservation ball, il basket delle riserve nativo-americane, ed è lo stile di gioco praticato da queste squadre: transizione, ritmi alti, conclusioni dopo pochi secondi, difesa aggressiva con pressing e raddoppi continui per forzare palle perse. Il tutto supportato da un’ottima condizione fisica e dalla perfetta esecuzione dei fondamentali, oltre che dal gran baccano dei tifosi.

I Navajo, dal punto di vista genetico, non sono dei giganti e così si sono dovuti inventare un modo per andare a canestro contro avversari più alti e grossi, sgusciando via e facendoli stancare. Il rezball è una sorta di metafora di come si affrontano le cose laggiù: in una realtà che, anche dal punto di vista ambientale, sembra soverchiare questa gente, pure chi gioca a basket si è dovuto adattare per sopravvivere.

Dal 2016 è arrivato a Chinle un navigato allenatore, il settantenne Raul Mendoza, di sangue misto nativo e messicano, che ha il compito di riportare in alto i Wildcats: senza snaturare il rezball, vuole instillare nei ragazzi una maggior disciplina difensiva e rendere il gioco più strutturato per valorizzare al meglio il potenziale della squadra. Nonostante il run-and-gun è il modo di giocare che oggi va per la maggiore nel basket, non tutte le realtà sono come la NBA e per i Wildcats coach Mendoza ritiene più educativo arricchire il loro bagaglio con altri concetti.

basketball or nothing wildcats

Il basket come via d’uscita e orgoglio locale

Basketball or nothing, infatti, esalta la pallacanestro come strumento formativo e veicolo identitario: i Wildcats non giocano solo per se stessi, ma per la comunità locale. I sogni e le aspirazioni di ognuno confluiscono nello sforzo comune per inseguire la vittoria del campionato statale. Per la gente del posto, è un motivo d’orgoglio. Per i ragazzi, essere notati attraverso il basket è un’opportunità per lasciare Chinle con una borsa di studio per il college. Il percorso, però, è disseminato di difficoltà: così, giorno dopo giorno, imparano le lezioni di vita che lo sport impartisce continuamente.

Come in ogni serie che si rispetti, man mano che scorrono le immagini e i racconti è facile familiarizzare con i componenti della squadra, ciascuno con la sua storia e i suoi problemi: dal talentuoso Cooper Burbank al maturo Chance Harvey, dall’introverso Elijah James al serio tiratore Dewayne Tom, dal grande, grosso e svogliato Angelo Lewis al piccolo playmaker che sogna in grande Josiah Tsotsie. Adolescenti dalla faccia pulita che desiderano un futuro migliore e a cui il basket può aprire una strada: la squadra è davvero la loro seconda famiglia.

La produzione Netflix mostra un quadro reale del sistema sportivo scolastico degli Stati Uniti, in cui anche nella sperduta riserva Navajo i protagonisti sono semplici teenager sostenuti da migliaia di tifosi e da tutta la città. Tuttavia, al pari del desertico e roccioso paesaggio che circonda Chinle, Basketball or nothing è una serie senza fronzoli che parla innanzitutto di basket. Andare bene a scuola, giocare a pallacanestro e aiutare le proprie famiglie sono gli unici pensieri dei ragazzi, guerrieri moderni che combattono per uscire dall’isolamento, affrontando quotidiane difficoltà con dignità e serietà: persino dopo vittorie molto tirate, la loro esultanza è sempre composta.

basketball or nothing wildcat den

Inseguendo il sogno

I sei episodi della serie seguono i Wildcats attraverso gli allenamenti, le partite in casa, quelle in trasferta, la vita quotidiana della comunità locale. Dopo le difficoltà iniziali, la squadra inizia a girare, a essere più coesa, a trovare fiducia e man mano la città di Chinle si entusiasma sempre di più. Dalle parole di giocatori, allenatori, famiglie e tifosi, emerge tutto il senso di urgenza nel provare a realizzare un sogno ritenuto improbabile. Un sogno che che darebbe ai protagonisti in campo una possibilità per il futuro, soprattutto ai giocatori all’ultimo anno di liceo, e a chi li sostiene una grande forza interiore per andare avanti.

A parte qualche solito, inopportuno errore di traduzione nella versione italiana – il doppiaggio propina alcune espressioni da far venire l’orticaria a chi mastica di basket, come “salto a due”, “entra in campo e vai in difesa”, “rete!”, mentre il campionato dell’Arizona è spesso definito “nazionale” e non “statale” – Basketball or nothing è una serie assolutamente gradevole che fa compiere allo spettatore un’immersione per oltre tre ore complessive nel mondo delle high school dell’America profonda e fa conoscere la realtà della riserva Navajo.

Al di là del contesto, tuttavia, il messaggio che trasmette è ben chiaro: molte persone non riescono nella vita perché non credono abbastanza in quello che fanno. Lo sforzo dei Wildcats vuole essere di esempio per chi vuole uscire dalla propria “riserva” personale, traendo forza dalla situazione in cui vive. Devi essere resiliente e non smettere mai di lottare, credendo in un futuro migliore. Soprattutto se, come i Navajo di Chinle, nasci e cresci nel deserto, tra rocce e cactus, a due passi dall’impervio Canyon de Chilly dove iniziò la deportazione del 1864, le cui ferite sembrano tuttora visibili sui volti di questo popolo. E dove il basket è tutto.

Non c’è un altro gruppo come il nostro. È questo che ci rende speciali” (Cooper Burbank)

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