David Wingate, il valore aggiunto dei Sonics che fecero l’impresa

C’era una volta la Dunbar High School: siamo nel Maryland, a Baltimora, e sono appena iniziati gli anni ’80.

Anzi, più precisamente ci troviamo nella zona est della città, dove imperversano povertà, spaccio, degrado e l’unica cosa attorno alla quale ruota la comunità (a parte la prigione di Stato), è il liceo statale suddetto.

Qui, i Poets sembrano davvero un miraggio per tutto quello che rappresentano: un gruppo formato da figli del quartiere, che chiude imbattuto due stagioni consecutive conquistando il titolo nazionale, passando alla storia come la miglior squadra scolastica di sempre. 60 vinte contro zero perse: per USA Today sono il top d’America.

I magnifici Poets

Al suo interno ci sono sette prospetti destinati ad altrettante borse di studio in Division One della NCAA, tre dei quali saranno chiamati al primo giro del Draft 1987, approdando tra i professionisti.
Con la scelta numero 4, i Los Angeles Clippers si portano a casa Reggie Williams, atteso da una buona carriera professionistica passando per Georgetown, dove vince un titolo universitario a fianco di Patrick Ewing.

Il più talentuoso, destinato a una carriera brillante ma sfortunata, si chiama Reggie Lewis, colpito da un collasso in campo dopo aver giocato addirittura l’All-Star Game in rappresentanza dei Boston Celtics, durante una gara di esibizione proprio contro due ex compagni alla Dunbar. Lo controllano, gli dicono che può tornare a giocare, poi il suo cuore si ferma durante un allenamento nell’estate del 1993. Una tragedia.

Uno di questi era Tyrone “Muggsy” Bogues, il giocatore più basso che abbia mai calcato i parquet NBA con cognizione, diventando un fenomeno di massa, soprattutto negli anni di Charlotte.
L’altro – che con gli Hornets affrontava proprio Lewis in quella maledetta gara – lo ricordano forse in pochi. Era il prototipo dello specialista da second unit, il giocatore prezioso che spesso non calcoli ma che può regalare il salto di qualità alla tua squadra, di quelli che anche oggi valgono oro: il suo nome, David Wingate.

Rispetto agli ex compagni, Wingate fu selezionato al Draft 1986 con la pick numero 44 dai Philadelphia 76ers, addirittura dietro ad Augusto Binelli (centrone italiano che con gli Atlanta Hawks non giocherà mai). Anche Wingate passa da Georgetown – vincendo il titolo nazionale con Williams ed Ewing – prima di vivere tre anni nella città dell’Amore Fraterno, passando per San Antonio, Washington e, appunto, Charlotte.

Qui, oltre che con l’amico Muggsy, condivide lo spogliatoio con un’ala piccola dal talento cristallino, della quale sostanzialmente è riserva: si chiama Kendall Gill, viene da Chicago, è una rinomata testa calda e nel suo triennio nel North Carolina viaggia a 16 punti di media. Lo spediscono a Seattle proprio in quell’estate del 1993 – quella in cui Reggie Lewis muore – ma non durerà a lungo.

I Baltimore Boys della Dunbar High School.

David Wingate e l’approdo a Seattle

I Sonics di George Karl hanno uno spogliatoio che pare una tonnara, all’interno del quale Kendall Gill litiga un po’ con tutti (allenatore incluso), tanto da venir rimandato indietro dopo due eliminazioni consecutive al primo turno dei playoff, dopo altrettante regular season di successo.
Si tratta della squadra di Shawn Kemp e Gary Payton, quasi divenuta una barzelletta nel mondo NBA, che cerca un ultimo colpo di coda per provare a risollevarsi, dimostrando di poter puntare in alto anche in postseason con il loro progetto.

È la fine di giugno 1995, e Gill viene rispedito a Charlotte in cambio dell’ottimo Hersey Hawkins, un tiratore già messosi in luce negli anni di Philadelphia come realizzatore affidabile, capace di completare due ottime annate agli Hornets dietro Alonzo Mourning e Larry Johnson. Sulla carta, perfetto per Seattle.
Nell’accordo rientra anche David Wingate, al solito passando sotto traccia, ancora una volta destinato ad un ruolo di rotazione partendo dalla panchina gestita da coach Karl, destinato a giocarsi il tutto per tutto, con un piano ben preciso che lo riguarda.

I realizzatori in squadra non mancano, considerando che Hersey viene dietro a Payton, Kemp e Schrempf per gerarchie. Ok, manca un centro di peso, ma dalla panchina esce comunque un Sam Perkins capace di colpire con il suo tiro morbidissimo anche da dietro l’arco (lo chiamano The Big Smooth), oltre ad una serie di ragazzi terribili capitanati proprio dall’ex Poet, guidati da un claudicante Nate McMillan, con l’aggiunta di Vincent Askew.
Il punto diventa garantire pressione difensiva sui piccoli con l’ingresso della second unit, proseguendo il lavoro avviato con lo starting five capitanato da Gary The Glove Payton, una delle migliori point guard difensive di sempre soprattutto sul portatore di palla avversario.

I Sonics devono correre – amano farlo, e non potrebbe essere altrimenti quando hai un Kemp capace di volare – e per riuscirci devono forzare gli anticipi, disturbare la manovra avversaria fin da fondo campo, contestare ogni tiro per ripartire con rapidità, trovando una soluzione facile con pochi passaggi.

In questo David Wingate è un atleta strepitoso, esplosivo: 196 centimetri asciutti, rapido, capace di aggredire l’avversario con tutta la grinta che si richiede ad un comprimario dal ruolo importante, anima di una difesa che apre quei parziali per i quali i Sonics vivono.

Il prototipo del comprimario ideale

Del resto, per garantire continuità offensiva serve un equilibrio che una squadra simile non ha, o per lo meno che non mantiene continuativamente, guidata da due stelle che cercano la quadratura anche mentale del proprio gioco. Quando Wingate ed Askew entrano sul terreno di gioco, la difesa – se possibile – cambia, favorendo spesso soluzioni ad alto coefficiente di successo in attacco, diventando un incubo per i piccoli avversari.

Per Seattle la stagione regolare si svolge sulla falsa riga dei due anni precedenti, superando stavolta il primo turno con lo scossone di gara 3 contro i Sacramento Kings (che impattano la serie in gara 2 alla Key Arena), superando agilmente i campioni in carica di Houston per giungere in finale dopo una battaglia da sette episodi con gli Utah Jazz di Stockton e Malone.

Ad attenderli ci sono i Chicago Bulls delle 72 vittorie, con un Michael Jordan assetato di successo, e le ostilità si chiudono dopo 6 partite. Wingate resta statisticamente ai margini della squadra in post season, giocando sensibilmente poco e provando a dare il suo contributo, ma vivrà una stagione migliore nel 1996-97, quando all’età di 33 anni dovrà guidare la second unit difensiva quasi da solo, dopo la partenza di Askew e con i soliti problemi alla schiena di McMillan.

Purtroppo l’instabilità dello spogliatoio di Seattle non garantirà alla squadra il raggiungimento dell’ultimo step, con un Kemp che inizia a cadere nel vortice delle dipendenze a causa di bizze contrattuali, appena prima che tutto si rompa, con la sua cessione a Cleveland e l’arrivo di Vin Baker. Ma chi ha visto giocare quei Sonics in quella stagione non può aver dimenticato David Wingate, l’uomo che entrava garantendo un ritmo difensivo serrato, con la sua pressione, le sue contestazioni, i suoi anticipi.

Il prototipo perfetto del comprimario ideale, che può garantire quel salto di qualità che spesso non è misurabile con le fredde statistiche, tangibile quando impiegato in campo.
Se gli avversari del ’96 non fossero stati quei Bulls incredibili, forse lo ricorderemo meglio di quanto accadde con Jud Buechler o Randy Brown, con un anello che avrebbe potuto impreziosire una carriera vincente.
Iniziata con quei Baltimore Boys di Dunbar onorati oggi con uno dei preziosi documentari di ESPN della serie 30 for 30. Misteriosamente non disponibile all’interno dell’abbonamento europeo offerto dal canale sportivo statunitense.

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