ESPN 30 for 30, “Once Brothers”: la recensione

I destini incrociati di Drazen Petrovic e Vlade Divac raccontano una storia già conosciuta da gran parte degli appassionati di pallacanestro.

Si tratta di un’amicizia nata nelle giovanili della nazionale jugoslava, per due uomini dalle personalità agli antipodi, capaci di sprigionare sul campo un talento inestimabile. Parte di una generazione che avrebbe potuto togliersi soddisfazioni infinite, i due subiscono i riflessi della guerra civile sulla loro pelle, con le tensioni tra serbi e croati che difficilmente possono restar fuori da uno spogliatoio comune.

Per l’ultima volta vincono insieme – siamo a Buenos Aires il 19 agosto 1990 e la Jugoslavia ha appena sconfitto l’Unione Sovietica aggiudicandosi la medaglia d’oro mondiale – poi si consuma “il fattaccio”. Succede in mezzo al campo, con la squadra che festeggia il successo, dimenticandosi le divisioni e il sangue versato nelle proprie terre di origine. Sentendosi ancora parte di un’unica nazione, anche se sarebbe durato poco. Un tifoso scende sul parquet sventolando la bandiera croata: il serbo Divac gliela strappa di mano forse per non alimentare divisionismi. Il gesto viene ripreso e discusso, generando quella frattura tra lui e Petro che diventerà insanabile.

Due ragazzi capaci di fare nello stesso anno il grande salto in NBA, destinati ad appoggiarsi l’un l’altro per resistere all’impatto, da quel giorno divengono due perfetti estranei. O meglio, Drazen Petrovic decide di chiudere ogni rapporto cordiale con l’ex connazionale, ignorandolo costantemente.

Nel frattempo, il “Mozart dei canestri” era finito in Oregon, a Portland, dove scaldava per lo più la panchina nonostante quell’incredibile competitività che lo aveva reso il giocatore più forte d’Europa, adesso tormentato dalla frustrazione. Il buon Vlade, invece, si ritrova a recitar la parte che fu di Kareem Abdul-Jabbar nell’estrema coda dello showtime losangelino, al fianco di Magic Johnson. Con la sua mobilità, la sua intelligenza e quella visione di gioco paradisiaca che lo rendeva più che un discreto prospetto del Vecchio Continente.

once brothers espn

È suo il punto di vista che racconta Once Brothers, documentario diretto da Michael Tolajian vecchio ormai di dieci anni. Autentica perla all’interno della serie 30 for 30 prodotta da ESPN. Non potrebbe essere altrimenti, considerando che il genio cestistico di Drazen se lo è portato via il destino, il 7 giugno 1993 a Denkendorf in Germania. Un brutale incidente stradale al ritorno da una sfida con la sua amata nazionale, quella croata, freschissima medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Barcellona dell’anno precedente. Sconfitta in finale solo dal Dream Team originale, dopo una prova entusiasmante dello stesso Petro, già consacrato come stella a livello NBA dopo esser passato, nel frattempo, ai New Jersey Nets.

Una tragedia che lascia attonito il mondo dello sport, all’interno del quale il buon Vlade non riesce a darsi pace. Non è riuscito a ricucire i rapporti, e non può neanche presenziare ai funerali a causa delle macerie lasciate dal conflitto jugoslavo. Un serbo non può metter piede in Croazia, a maggior ragione lui, ancora odiatissimo per quel gesto divenuto tanto carico di significato, forse ai limiti dell’istintivo nei festeggiamenti di Buenos Aires.

Nel presente in cui il documentario si svolge, un Divac ormai appagato da una lunga carriera decide di compiere quel lungo viaggio in solitaria, per rendere onore all’amico nel luogo in cui riposano le sue spoglie. Le telecamere di Tolajian lo seguono in modo impeccabile, regalandoci momenti di rara intensità emotiva, anche a prescindere da quanto detto in avvio di recensione. E cioè che conosciate o meno la storia. È veramente difficile trattenere le lacrime, sprofondando nella narrazione di questa tragica storia di amicizia e guerra. Carica di malinconia e inevitabilità, di non detti che fanno male davanti alla tragedia di un destino irreversibile.

Sono tantissimi i particolari, le parole e gli sguardi destinati a far riflettere, perforando i sentimenti dello spettatore come una coltellata nel fianco. Si tratta di un intreccio tanto crudo quanto reale, potenzialmente replicabile o espandibile seguendo gran parte delle arti narrative, che si tratti di un romanzo o di un lungometraggio recitato. Tuttavia, seppur venga in mente asciugandosi le lacrime nei titoli di coda, il lavoro del regista appare quanto più completo e significativo si potesse fare.

Per quanto sia difficile stilare una classifica dei documentari della serie 30 for 30 di ESPN, Once Brothers rappresenta il perfetto connubio tra storia, tragicità e sport. Se non lo avete ancora visto, è imperdibile.

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