Libri di basket: “Sulle spalle dei giganti” di Kareem Abdul-Jabbar

Sulle spalle dei giganti“, secondo una convinzione del filosofo medioevale Bernardo di Chartres poi mutuata da Isaac Newton, si vede meglio e più lontano, perché siamo portati in alto grazie alla loro statura.

E Sulle spalle dei giganti. La mia Harlem: basket, jazz, letteratura è il libro con cui Kareem Abdul-Jabbar rende omaggio all’influenza che certi “giganti” hanno avuto sulla sua vita, nella pallacanestro ma soprattutto al di fuori.

Il volume scritto con Raymond Obstfeld, uscito per la prima volta nel 2007 e pubblicato in Italia nel 2018 (352 pagine, Add Editore), racconta personaggi e tratti essenziali di una cultura, quella afroamericana, che suo malgrado ha sempre condotto un’esistenza parallela alla storia “ufficiale” e “bianca” protagonista nei libri di scuola così come in altri contesti.

La black culture ha avuto il suo centro propulsore in Harlem, lo storico quartiere afroamericano di New York che, tra gli anni ’20 e gli anni ’40 del Novecento, fu interessato dalla cosiddetta Harlem Renaissance.

La rivoluzione della Harlem Renaissance

La fioritura artistica, letteraria, intellettuale, musicale che sbocciò a Harlem in quel periodo ha avuto una decisiva influenza su Lew Alcindor come persona e come giocatore di basket, tanto che lui stesso ascrive il cambio di nome in Kareem Abdul-Jabbar a quel substrato culturale che scoprì da adolescente. Essendo nato nel 1947, l’avrebbe infatti scoperta ai tempi del liceo attraverso letture, studi, esperienze personali in una fase così intensa e ricca di fermenti sociali come gli anni ’60, quelli del movimento dei diritti civili e di leader come Martin Luther King e Malcolm X.

La Harlem Renaissance contribuì in maniera fondamentale a dare dignità ai neri e a costruire l’immagine dell’afroamericano moderno. Fu una vera e propria rivoluzione culturale, decisa a cambiare il modo con cui le persone di colore erano viste dall’America bianca. Definì il New Negro, cioè l’uomo nuovo ispirato da quei valori, sogni e successi, l’afroamericano così colto, fiero e talentuoso che i bianchi non avrebbero potuto far altro che ammirarlo e i neri emularlo.

A proposito, nel libro si fa chiarezza sulla delicata questione della terminologia relativa agli afroamericani, con quest’ultimo che tuttora,.insieme a black, resta il termine più adatto e accettato. La parola nigger, come si sa, ha una fortissima connotazione spregiativa, mentre negro – o Negro con la maiuscola – poteva essere usato in modo neutro o addirittura con accezione positiva.

La capitale dell’intera comunità afroamericana, non solo di New York, era dunque Harlem. Un quartiere a sua volta molto differenziato al suo interno, ma in cui una serie di personalità che vi furono attive consentirono agli afroamericani di dare una notevole spallata alla discriminazione razziale: jazzisti, scrittori, accademici, ma anche sportivi come la mitica squadra di basket degli Harlem Rens, che per il giovane Kareem sono stati veri e propri “giganti” a cui ispirarsi per tutta la vita.

kareem abdul jabbar oggi

La capitale del mondo afroamericano

Sulle spalle dei giganti alterna capitoli di carattere storico, curati da Obstfeld, a capitoli in cui Kareem Abdul-Jabbar parla in prima persona della sua esperienza personale, secondo uno schema di botta e risposta tipico delle culture dell’Africa occidentale, dove veniva ad esempio usato nelle assemblee pubbliche e religiose e il cui riflesso è oltretutto ben evidente sul genere musicale afroamericano per eccellenza, il jazz, su cui è presente un interessante approfondimento nelle parti finali del volume.

Conosciamo così la storia di una Harlem che all’inizio del Novecento era ancora un agiato quartiere bianco in forte espansione, con i neri relegati nello squallido ghetto di Tenderloin, ma che nei decenni successivi, complice anche l’eccessivo sviluppo edilizio con molte case rimaste vuote, si popolò a dismisura di afroamericani in concomitanza con la grande migrazione che portò nel nord milioni di persone dagli stati del sud e dai Caraibi. Una migrazione essenziale per comprendere lo sviluppo urbano degli Stati Uniti fino ad oggi e che fu dettata da molteplici cause: la crisi del cotone al sud, la forte richiesta di manodopera industriale per la prima e la seconda guerra mondiale, la fine dell’immigrazione dall’Europa, le violenze del Ku Klux Klan, l’ingiustizia delle leggi segregazioniste.

Quindi, gli autori ci guidano attraverso i luoghi di Harlem, che non erano tutti uguali. I bianchi che frequentavano Harlem ne scoprivano un lato estremamente superficiale: quello di locali come il Cotton Club, che offrivano un’immagine edonistica degli afroamericani, intenti solo a fare musica, sesso e divertimento, mentre il vero spirito della comunità era incarnato ad esempio dal Renaissance Casino and Ballroom, dove nacquero tra l’altro i Rens.

C’era la Harlem magnificente della Settima Avenue, la Great Black Way con i suoi teatri, librerie, club, scenario prediletto per cortei e parate, e la Harlem dura, violenta, disperata, sovraffollata della Lenox; la Harlem benestante di Sugar Hill, dove abitavano quelli che ce l’avevano fatta a uscire dalla miseria, e la Harlem intellettuale della 135th Street, per finire alla Harlem commerciale e culturale della 125th con l’Apollo Theater, il teatro in cui si esibivano i più recenti artisti afroamericani per lanciare la propria carriera.

Kareem e la sua storia

Il libro prosegue raccontando la vicenda personale di Kareem Abdul-Jabbar intrecciandola a quella dei maggiori esponenti della Harlem Renaissance: ecco allora i profili dei grandi leader intellettuali e letterari Booker T. Washington, W.E.B. Du Bois, Charles S. Johnson, Marcus Garvey, Zora Neale Hurson, Langston Hughes, Wallace Thurman, James Baldwin.

Un occhio al basket c’è sempre, come quando Kareem racconta la nascita della sua giocata, lo sky hook, come tratto distintivo attraverso cui non essere mai più invisibile per nessuno, nonostante i 2,18 di altezza. O la storia dei già accennati Rens – abbreviazione di New York Renaissance Big Five – che hanno avuto un profondo impatto sulla percezione e sullo sviluppo del black basketball a livello professionistico e non più soltanto amatoriale e di esibizione.

L’autore ha sempre riservato un’enorme importanza alla storia, tanto che se non fosse diventato un giocatore avrebbe fatto l’insegnante. Per Kareem la storia “ci permette di vedere dove sono stati coloro che ci hanno preceduto, quali errori hanno fatto e come possiamo evitare di ripeterli. Grazie alla storia possiamo vedere in che cosa sono riusciti e fare nostri i loro trionfi, lasciandoci ispirare dai loro risultati per diventare migliori“. E lui stesso è autore di saggi di storia afroamericana, con cui intende ispirare i giovani.

La mia altezza – scrive – è una questione genetica. Non posso prendermene alcun merito. Ma la persona che sono, come vedo il mondo e l’impatto che voglio avere sulla mia comunità, sono tutte cose che provengono dal mio cuore e dal mio cervello. E quello che prova il mio cuore e pensa il mio cervello è stato plasmato dai molti ‘giganti’ che ho incontrato. […] Se la Harlem Renaissance ci ha insegnato qualcosa, è guardare a ognuno di loro come a un essere umano, e non solo come a un’icona del colore“.

kareem abdul-jabbar sulle spalle dei giganti

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