Malcolm Brogdon, l’uomo dell’acqua

Se parlate a un giocatore di basket di “portare l’acqua”, gli potrebbe venire in mente la poco esaltante mansione assegnata all’ultimo dei panchinari, o un modo figurato per esprimere un senso di inferiorità rispetto a qualcuno molto più bravo. Se invece lo dite a Malcolm Brogdon, l’espressione assume un significato un po’ diverso. E nettamente più nobile.

La guardia degli Indiana Pacers, già ai Milwaukee Bucks con cui vinse il premio di Rookie dell’anno nel 2017, fuori dal campo si sta dedicando a un importante progetto umanitario: garantire acqua potabile alle comunità che vivono in Africa orientale, attraverso la realizzazione di pozzi alimentati da energia solare. Il suo nome è Hoops2O.

Malcolm Brogdon, “The President”

Nelle nostre abitudini, se abbiamo bisogno di acqua pulita per dissetarci, lavarci, cucinare, è sufficiente aprire un rubinetto o stappare una bottiglia. Nel mondo, però, vivono almeno 800 milioni di persone per le quali le cose non stanno esattamente così. Infatti, una persona su nove, su questo pianeta, non ha accesso all’acqua potabile e deve compiere immani sacrifici per sopravvivere ogni giorno. Va da sé che la maggior parte di esse vive in Africa.

Nonostante cresca in un contesto privilegiato, figlio di un avvocato e di una professoressa universitaria dediti ad assicurare un’elevata istruzione ai propri figli, Malcolm Brogdon fin da piccolo ha l’opportunità di conoscere dal vivo la realtà africana. I genitori lo portano con sé in alcuni viaggi a carattere umanitario: può così osservare, con i suoi occhi di bambino, la devastante povertà che affligge le popolazioni locali. In particolare, il giovanissimo Malcolm rimane colpito dalla difficoltà, per moltissimi, di disporre di acqua potabile. E da tutto ciò che ne deriva in termini di igiene, salute e non solo.

Quelle immagini restano ben impresse nella sua mente man mano che cresce, si laurea brillantemente in storia e politiche pubbliche alla University of Virginia e diventa un giocatore NBA. Brogdon, nato nel 1992 in Georgia, è un ragazzo umile che comprende a fondo il valore dell’altruismo. Vede così nel basket un mezzo in grado di garantirgli risorse da mettere a servizio degli altri per migliorare le loro vite. Per la sua istruzione di alto livello, l’equilibrio personale e un fervente impegno civile (ha partecipato, di recente, alle manifestazioni pacifiche ad Atlanta dopo la morte di George Floyd), è soprannominato “The President”. Le doti di leader in campo e fuori, la profondità dei suoi discorsi e una sensibilità fuori dal comune potrebbero, in futuro, aprirgli le porte di una carriera politica. Intanto, però, la sua missione è diventata letteralmente “portare l’acqua”, la componente fondamentale di ogni vita, a chi non ne ha.

La mancanza di acqua come blocco sociale

La scarsità di acqua pulita e potabile, e il contestuale utilizzo di acqua contaminata nella vita di ogni giorno, non è soltanto causa di malattie e mortalità presso le popolazioni africane. C’è anche un risvolto sociale, tutt’altro che secondario.

Nei villaggi di Tanzania e Kenya, solo per citare i territori in cui è finora attivo il progetto Hoops2O, sono soprattutto le donne (responsabili dell’approvvigionamento idrico) e i bambini a pagarne le conseguenze. Ogni mattina devono mettersi in marcia, portando grossi secchi, per recarsi al pozzo, al fiume o alla riserva d’acqua più vicina. Che nel migliore dei casi dista non meno di cinque chilometri.  A volte, in posti dove tra l’altro non piove per mesi, è necessario scavare buchi profondi svariati metri per raggiungere l’acqua. Un cammino che diventa ancor più lungo, se una determinata fonte si prosciuga e si è allora costretti a raggiungere quella successiva.

Come conseguenza di ciò, a ogni sorgere del sole l’obiettivo primario e inevitabile è assicurare l’acqua necessaria per vivere. Questa marcia quotidiana porta via spesso l’intera giornata alle donne e ai loro figli, togliendo loro il tempo da dedicare all’istruzione o ad altri lavori e attività. Si crea così un circolo vizioso per cui le donne rimangono giocoforza confinate nei loro ruoli tradizionali, precludendosi così la possibilità di raggiungere emancipazione sociale e indipendenza, per se stesse e per la propria famiglia.

Avere acqua potabile all’interno o a breve distanza dal villaggio, nelle intenzioni di Hoops2O significherebbe non dover compiere più questi lunghi ed estenuanti viaggi ogni giorno, risparmiando tempo per ampliare i propri orizzonti, magari costruendosi un lavoro, e per mandare i bambini a scuola con regolarità. Per non parlare delle possibilità che si aprirebbero nell’agricoltura. Malcolm Brogdon, in vari viaggi compiuti in Tanzania per la realizzazione del suo progetto, ha visto e sperimentato tutto questo. Ha portato l’acqua con loro.

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Il progetto Hoops2O

Il lancio di Hoops2O è avvenuto nell’ottobre 2018. Non è nato, però, dal nulla: rientra infatti in un’altra iniziativa dalla finalità analoga, Waterboys, avviata nel 2015 dal giocatore di football americano Chris Long (anche lui uscito da Virginia), che ha coinvolto 29 colleghi nel sostenere la costruzione di pozzi di acqua potabile in Tanzania e Kenya. Così l’idea di Malcolm Brogdon è diventata il “braccio NBA” di Waterboys. Insieme a lui, uno starting five composto anche da Justin Anderson, Joe Harris, Garrett Temple e Anthony Tolliver.

La realizzazione di ciascun pozzo richiede circa 45.000 dollari (la cifra tra l’altro donata immediatamente da Charles Barkley) e serve 5-6.000 persone. Il primo è stato inaugurato nel luglio 2019 nella regione di Ngorongoro, abitata dai Masai. A metà del 2020 ne sono stati aperti dieci, in grado di soddisfare il bisogno idrico di oltre 52.000 persone e il progetto è in espansione. Al quintetto iniziale di promotori si sono aggiunti altri professionisti NBA (Donte DiVincenzo, Tim Frazier, George Hill, Kevin Huerter, De’Andre Hunter, Ty Jerome, Kyle Lowry, Myles Turner), le giocatrici WNBA Diamond DeShields, Betnijah Laney, Victoria Vivians, atleti di college e il coach di Virginia Tony Bennett.

La disponibilità immediata di acqua potabile è in grado di cambiare la vita quotidiana di tantissima gente, nonché di aumentare la speranza di vita. Secondo i dati che si leggono sul sito di Waterboys, in Africa le malattie collegate all’acqua impura o carente causano la morte del 20% dei bambini con meno di cinque anni di età e sono responsabili del 50% dei pazienti in ospedale. Il progetto Hoops2O è confluito nella Brogdon Family Foundation, realtà che sta allargando il suo intervento anche ad altri settori della società.

Il basket è il mio lavoro, lo amo, è qualcosa con cui sono cresciuto – afferma Malcolm Brogdon – Penso che sia in grado di regalare gioia alla gente che viene a guardare me e gli altri giocare. Ma in fin dei conti ti dà molto di più, ti permette di vedere varie parti del mondo, ti offre un certo livello di sicurezza finanziaria, ti permette di incontrare persone che altrimenti non incontreresti mai. Allora dipende da te, attraverso queste connessioni, scegliere di fare del bene e aiutare gli altri. E questo è ciò che ho scelto di fare. Onestamente, la passione della mia vita non è il basket: è aiutare le persone a migliorare la loro vita. Vedo il basket come strumento per entrare in contatto con chi è meno fortunato di me e per avere un impatto sulle loro vite. Voglio migliorare le condizioni di vita nei paesi del terzo mondo dando loro acqua potabile e cibo“.

Foto: Clay Cook

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