“The Last Dance”, episodi 9 e 10: la recensione

Siamo a Chicago, sul finire del millennio. Cestisticamente è la stagione 1997-98: c’è una sfida da raccogliere, oscurata da una minaccia incombente, e anche il più lieto dei finali sembra non esser sufficiente ad evitare l’epilogo assoluto.

C’è il ragazzo di campagna, divenuto anno dopo anno una sorta di supereroe infallibile. Dopo aver sgomitato per emergere non sbaglia un colpo, e tutti sanno che sarà nuovamente capace di cucirsi addosso il ruolo di protagonista assoluto, seppur all’ultimo tuffo.

Accanto a lui, l’eterna spalla destinata a convivere nell’ombra, con il complesso del perenne sottovalutato, titubante se confermare il suo destino o abbandonare la nave, convinto di poter emergere in solitaria.

L’uomo che li terrà insieme è il più classico e barbuto dei saggi, ai limiti del mentalista, messo preventivamente alla porta dal cattivo di turno. “Ricordati che sarà la tua ultima volta” gli dice il tarchiato e smorfioso burattinaio, pressando l’omonimo compare che recita la parte dello “sbirro buono”.

Entrambi personificanti le forze del caos, quegli impulsi che insensatamente sembrano voler metter un freno ad una dinastia vincente, amatissima, difficile da abbattere. Creando una spaccatura irreversibile all’interno di una squadra che dovrebbe lottare per lo stesso obiettivo, e creando così la sfida. Generando quella reazione opposta necessaria, in ogni epica che si rispetti.

E quindi, se ultima danza deve essere, che ultima danza sia. Per vincere contro tutti (e anche contro se stessi), l’eroe ed il suo sodale, sotto la guida del Maestro Zen, devono appoggiarsi a un contorno di personaggi bizzarri, antieroi naturali, ognuno con un compito preciso.

C’è il pazzo con i capelli colorati, il corpo ricoperto dai tatuaggi e l’attitudine imprevedibile. Il cavallo impazzito da gestire e non domare, per ottenere il massimo del preziosissimo bagaglio che porta con sé.

C’è il piccoletto biondo naturalmente destinato all’invisibilità, capace di gesti preziosi grazie ad una incredibile forza di volontà. Ma non manca neanche lo straniero dell’Est Europa, lasciato spesso nelle retrovie ma con doti di cecchino invidiabili, da rispolverare nei momenti di crisi senza mai sentirsi in dovere di lusingarlo, neanche una pacca sulle spalle.

E infine il taciturno mestierante a disposizione degli altri, capace di trasformarsi talvolta in collante tra le varie personalità del gruppo, altre in confidente sia del Batman che del suo Robin, disposto a tutto per completare il lavoro. Un killer silenzioso che gestisce il resto della banda, collegandoli con i vertici: il barbuto legnoso, il goffo australiano, l’esuberante ultimo arrivato e una manciata di altri underdogs.

Insomma, ci sono tutte le personalità necessarie per costruire una storia unica, in una lotta all’ultimo sangue per confermarsi, per dominare e, forse, rinnovarsi.

Partendo da tutto questo, avevate dubbi sul fatto che The Last Dance non potesse diventare la serie più vista di sempre su Netflix Italia? E badate bene: stiamo parlando del Bel Paese e di una programmazione on demand che vede tra i suoi titoli più popolari roba tipo Stranger Things, Narcos e La Casa de Papel. Vere e proprie fiction, strutturate per coinvolgere il più vasto dei pubblici, con posizioni di assoluto rilievo nell’immaginario collettivo, raggiunte in poco tempo.

Notate una differenza tra questi tre titoli portati ad esempio, e la serie prodotta da ESPN che racconta l’epopea di Michael Jordan ed i suoi Chicago Bulls, percorrendo tutti gli anni ’90 della NBA? Esatto, The Last Dance è successa davvero. Quei personaggi di cui sopra, non sono stati partoriti da professionisti della narrativa, tantomeno le evoluzioni di quella splendida stagione provengono dalla mente di esperti sceneggiatori.

Ed anche i tantissimi appassionati della National Basketball Association che conoscevano ogni risultato dell’epoca, restano incollati alla poltrona nel seguirne le evoluzioni. Figuriamoci gli occasionali, gli acerbi oppure i novizi. Perché comunque, a prescindere da ciò che è risaputo o meno, esistono sempre sfumature nuove da scoprire, destinate a favorire miriadi di riflessioni sportive.

Nelle puntate precedenti di queste recensioni abbiamo provato a proporle, fuggendo il più possibile lo spoiler senza raccontare minuto per minuto l’evoluzione di ogni puntata. Non avrebbe avuto senso, dal momento che amiamo il basket e di basket vogliamo parlare, perché non ci sembra mai abbastanza. Ma stavolta non esiste la minima ragione per cercare piccoli flash da raccogliere, rispetto alle due puntate conclusive di questa docuserie destinata a far discutere ancora a lungo.

Come ogni prodotto di fiction che si rispetti, il crescendo raggiunge apici entusiasmanti, e quando il destino della truppa si delinea non mancano le sorprese, figlie della raccolta inedita di pareri ed opinioni a freddo, a decenni di distanza da quei fatti. Ed allora, una serie di colpi di scena: le parole di Scottie, Reinsdorf, Phil ed il volto stupito di Michael, ancora indeciso se credere o meno a quanto sentito, forse rabbioso nel valutar l’ipotesi di dover ridisegnare le conclusioni a cui era giunto in più di vent’anni di riflessione. Perché chiudere in quel modo brucia ancora oggi, lo potevamo intuire, non c’era bisogno che ce lo dicesse ancora.

Che dire, quindi, di questo prodotto? Noi che vivemmo in prima persona quei tempi, lo rivedremo ancora a lungo. Un po’ come si fa con serie culto tipo Twin Peaks, alla ricerca di piccoli particolari, per amore del passato, o forse con l’obiettivo di trarne ispirazione.
Per tutti gli altri, un’esperienza simile può rappresentare il viatico migliore per appassionarsi al gioco: lo avevamo già detto, lo confermiamo ancora, e forse The Last Dance è costruito proprio per loro.

Perché raccontare le sfumature psicologiche e umane del più alieno degli atleti, conosciuto a tutte le latitudini, rispolverando ogni impresa da lui portata a termine, è decisamente accattivante per chiunque. Chiedete a vostra madre, all’amico più distante da voi, oppure al vostro sconosciuto vicino di metropolitana se hanno mai sentito nominare Michael Jordan. Se esiste qualcuno nel mondo che non conosce questo nome, fa parte di una ristrettissima cerchia.

Ancora una volta – nel secondo decennio del terzo millennio del pianeta – dobbiamo decisamente partire da MJ per spiegare quanto splendido sia questo sport. E questo perché si tratta del più grande giocatore di sempre? Oppure, addirittura, del più iconico atleta della storia? Che ognuno tragga le sue conclusioni, non è il contesto adatto per dibatterne, ma che questo personaggio abbia letteralmente costruito l’epica attorno al mondo del basket, è ai limiti del discutibile.

Si tratta di un prodotto giornalistico di primo livello? Non esattamente. Certo, i fatti narrati sono esistiti davvero (grazie a Dio), e nessuno può metterne in dubbio la veridicità oggettiva. Magari, considerando che tutto è raccontato attraverso la lente di MJ, le percezioni di altri potrebbero accogliere qualcosa di più che una sfumatura differente. A livello cinematografico e documentaristico, invece, siamo costretti ad inchinarci ancora una volta di fronte ai maestri.

Il lavoro portato a termine dal regista Jason Hehir (e la sua squadra) rasenta la perfezione, ed il successo ottenuto soprattutto tra i sopracitati “profani del gioco” ne conferma il valore. Certo, tra i nostalgici dei nineties e i nuovi arrivati, esiste un mondo di fan che si sono appassionati alla pallacanestro con Kobe Bryant, Allen Iverson, Tim Duncan, Steph Curry e LeBron James. Quelli, magari, possono anche storcere un minimo il naso davanti ad una osanna continua di qualcosa che sì, farà pur parte della storia della lega, ma non riconoscono così tanto incredibile rispetto alla versione del gioco che amano. E probabilmente – ce lo auguriamo – il successo di questa produzione darà il là ad altre narrazioni analoghe, magari riguardanti coloro che hanno proseguito a plasmare la NBA dopo MJ, a patto che un team di telecamere li abbia seguiti a lungo, producendo materiale inedito oggi in archivio.

Proprio rispetto a quest’ultimo, permettete un’ultima postilla. Si era parlato di interviste esclusive, di “dietro le quinte” inimmaginabili e di rivelazioni inedite. Fino all’estremo finale della serie, avremmo anche potuto aver qualcosa da ridire a riguardo. Perché comunque tutto ciò che è stato proposto dal privato della squadra, era comunque filtrato dalla convivenza forzata con le telecamere nello spogliatoio, perdendo di naturalezza. Come in un reality show, nessuno è davvero sé stesso quando sa di esser filmato, figuriamoci dei professionisti abituati a recitare sotto i riflettori, capaci comunque di cacciar fuori quei cameraman a piacimento, in caso di estreme necessità. Ed invece – ancora una volta senza voler spifferare niente – soprattutto nella decima parte di The Last Dance riusciamo a vedere qualcosa che non conoscevamo, così come incontriamo pareri ad oggi non valutati, già semi citati in precedenza.

Ma non vogliamo, né possiamo, dirvi di più. Se non lo avete ancora fatto, godetevi lo show tutto d’un fiato. Mentre se vi sentite già orfani del più bel ricordo che possiamo cullare di questi tremendi giorni di quarantena, rifatevi da capo, oppure rispolverate la memoria su YouTube. Magari, molto presto, torneremo anche a riveder qualcosa di nuovo – sicuramente inedito per fattezze, se mai sarà – dagli spalti vuoti dell’America del basket.

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