Film di basket: High Flying Bird

Non è sufficiente essere appassionati di basket per capire e apprezzare il film High Flying Bird di Steven Soderbergh, uscito su Netflix nel 2019 e di cui si parla già di un sequel.

Perché innanzitutto High Flying Bird non è un film “facile”, in particolare per chi non mastica di sport americano. E poi perché di basket giocato se ne vede gran poco, diciamo pure nulla. Le uniche immagini di partite, infatti, scorrono di tanto in tanto, in maniera anonima, sugli schermi tv presenti nei bar o negli uffici.

Inoltre, tre reali giocatori NBA – Reggie Jackson, Karl-Anthony Towns e Donovan Mitchell – compaiono in brevi cameo in bianco e nero, come talking heads di un documentario, raccontando le loro esperienze da rookie. Rigorosamente senza palla. Fine delle concessioni per eventuali fan che si aspettavano un film con il “solito” lato sportivo e spettacolare della lega.

High Flying Bird, attraverso i suoi serrati dialoghi che sono il punto di forza della sceneggiatura di Tarell Alvin McCraney (Oscar nel 2016 per Moonlight), porta invece lo spettatore dietro le quinte del mondo NBA e negli ingranaggi di questo sistema economico, mediatico e socio-culturale. Un palcoscenico in cui i giocatori finiscono nella trappola della mercificazione passiva di se stessi. Soprattutto le giovani e disorientate matricole, e il coprotagonista del film è infatti un prospetto appena scelto al Draft.

High Flying Bird e il lockout NBA

Se avete visto per la prima volta High Flying Bird su Netflix durante il lockdown, non avrete potuto fare a meno di familiarizzare con una parola simile, sia dal punto di vista morfologico, sia, per certi versi, del significato: lockout. Il film è ambientato durante un fittizio lockout NBA, periodo durante il quale non si gioca a basket.

Chi non fosse avvezzo di sport professionistico USA, il lockout – verificatosi quattro volte nella storia della NBA, tre delle quali negli anni ’90 e l’ultima nel 2011 – letteralmente vuol dire “serrata”. È il periodo in cui tutte le attività della lega sono chiuse da parte dei proprietari delle franchigie (i datori di lavoro) perché non si è raggiunto l’accordo per rinnovare il contratto collettivo (CBA, Collective Bargaining Agreement) con i giocatori (i dipendenti).

In regime di lockout, le squadre non possono giocare partite ufficiali, neppure amichevoli, né partecipare ad alcun evento. Il mercato è fermo e, aspetto abbastanza importante, lo sono pure gli stipendi. I primi due lockout (1995 e 1996) non hanno avuto effetti sul calendario della stagione: uno perché interessò i mesi estivi e l’altro perché durò poche ore. I più recenti (1998-99 e 2011) causarono invece un ritardo nell’avvio della regular season e una sua riduzione rispettivamente a 50 e 66 partite (sulle canoniche 82).

Il lockout è un periodo di fitte e quotidiane trattative tra NBA, proprietari dei club, sindacato dei giocatori (NBPA) e agenti degli stessi, ma anche di grande frustrazione. Perché, semplicemente, non si gioca e non si guadagna. Va considerato che nel corso degli anni i giocatori, con la loro popolarità globale, sono diventati il volto della lega e l’ago della bilancia di ogni trattativa.

La vicenda del film

Nel bel mezzo dei negoziati tra i giocatori e la NBA durante un immaginario lockout, il giovane Erick Scott (interpretato da Melvin Gregg), rookie dal luminoso futuro, è in angustie perché, a causa della serrata, non può dimostrare sul campo il suo valore, soffrendo in particolar modo la rivalità con il compagno di squadra Jamero Umber (Justin Hurtt-Dunkley): i due si punzecchiano di continuo sui social, sfidandosi in una vera e propria battaglia a colpi di post e tweet che rivestirà un ruolo decisivo nella vicenda.

Ray Burke (André Holland) è l’agente di Erick. Lavora a New York per un’agenzia in crisi ed è sul punto di perdere il posto. Messo alle strette e con soli tre giorni di tempo, con l’aiuto della sua assistente Sam (Zazie Betz) decide di coinvolgere il ragazzo in un complesso e rischioso piano per ribaltare il tavolo e mettere sotto scacco l’intero sistema: l’obiettivo è restituire a chi gioca a basket, cioè il vero “motore” di questo sport, il controllo dei propri soldi e della propria immagine, sottraendolo ai manager.

Come già visto in un altro film Netflix come Amateur, saranno i social la “scintilla di futuro” decisiva nel fornire a Ray la soluzione per sbloccare il lockout e salvare il proprio lavoro. Strumenti attraverso cui chi li utilizza può smarcarsi dal sistema mediatico tradizionale e “trasmettersi” in diretta ai fan, generando milioni di interazioni e una visibilità senza precedenti. Ray vuole combattere il sistema ma non distruggerlo: ha tutto l’interesse professionale (i soldi) e personale (l’amore per il basket) a restarci dentro. Ma vuole cambiare le regole, sfruttando al meglio le nuove opportunità.

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La questione razziale e la sperimentazione

Il gioco che hanno costruito sopra il gioco è finito, ora è il tuo gioco“: è la frase chiave che Ray rivolge a Erick durante il film. “Quelli” sono i proprietari delle squadre NBA, ricchi e bianchi. I padroni del vapore che nel corso degli anni hanno sempre considerato i giocatori, in maggioranza afroamericani, una forza lavoro da sfruttare a piacimento. Ora l’ambizioso piano di Ray potrebbe cambiare tutto e dare ai giocatori la possibilità di essere loro i veri protagonisti.

L’altro grande tema presente nel film – e mai come in questo 2020 è così attuale – è il razzismo sistemico di cui è intrisa l’intera società statunitense, sport compreso. Oltre che da Ray ed Erick, il punto di vista degli afroamericani è rappresentato con vigore da Spencer (Bill Duke), un anziano allenatore del Bronx che Ray, fin da ragazzino, considera un mentore. Spencer gestisce un camp di basket per i giovani del quartiere e dalle sue parole emerge il parallelismo tra la condizione degli afroamericani in NBA e il retaggio, mai dissoltosi, della schiavitù. Ray, quando ha bisogno di consigli, non esita ad andarlo a trovare, lì, in quella palestra di periferia così lontana, in tutti i sensi, dagli asettici grattacieli di vetro e acciaio di Manhattan dove hanno luogo meeting e trattative.

High Flying Bird, come detto, non è un film agevole per chi non conosce bene la realtà della NBA. Certi dettagli e sfumature sono davvero toste da afferrare per chi non è un insider, anche per via del ritmo incalzante dei dialoghi che scandiscono l’intera narrazione. Allo stesso modo, non mancano aspetti tipici, e non sempre facili da cogliere, della cultura afroamericana, come ad esempio l’importante presenza del libro La rivolta dell’atleta nero di Harry Edwards, una sorta di “bibbia” dei diritti civili. Steven Soderbergh coagula tutto questo in un film in cui conferma la sua attitudine fortemente orientata alla sperimentazione. L’opera è stata girata tutta con un iPhone e ancora una volta il regista di Atlanta dimostra di trovarsi a suo agio nel raccontare la storia di qualcuno che vuole ribaltare il sistema, o meglio, restarci dentro cambiando le regole.

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