Kobe Bryant: a legend never dies

Lo pensiamo di Freddie Mercury, così come di Michael Jackson e Tina Turner, del grandioso Robin McLaurin Williams o di Anthony Gobert. E lo pensiamo e lo urliamo a gran voce di Kobe Bryant, il Black Mamba: “A legend never dies“.

È domenica 26 gennaio 2020. Mentre sono a cena con un amico, il cellulare inizia a suonare all’inverosimile: notifiche Google, notifiche social, chiamate da chiunque mi conoscesse che cercava di avvisarmi di quanto era appena successo sulle colline di Calabasas.

Inutile dire che fu solo l’apertura di uno dei tanti messaggi WhatsApp a mettermi al corrente di quanto accaduto: “Rispondi caxx è morto Kobe“. Eh già, “è morto Kobe“. Non Kobe Bryant. Perché per me, per te, per chiunque di noi, nonostante l’impossibilità di incontrarlo un giorno nelle nostre vite, era Kobe. Il giocatore un po’ americano, un po’ italiano, che ha cambiato la pallacanestro.

Di quanto sia stato fondamentale Kobe Bryant per il mondo del basket lo sa bene Jerome Alan “Jerry” West. L’ex campione, allenatore e dirigente NBA aveva intravisto negli occhi del Black Mamba qualcosa di speciale. Mr. Jerry lo aveva anticipato in più di una occasione: “Siamo di fronte a un vero prodigio“. Questo perché Kobe, sin dal suo primissimo allenamento, lavorava instancabilmente per aggiungere nuovi elementi al suo gioco.

murales dedicati a kobe bryant
Foto tratta da KobeMural.com

Kobe Bryant e come ha cambiato il basket

“Volevo essere il migliore. Provavo una fame bruciante, una smania inestinguibile di migliorare e di primeggiare”. (Kobe Bryant, The Mamba Mentality)

Gli 81 punti segnati il 22 gennaio 2006 contro i Toronto Raptors, la seconda miglior prestazione di sempre nella storia della NBA, dopo i 100 punti di Wilt Chamberlain; il buzzer beater contro i Phoenix Suns di Steve Nash; Kobe che decide di cambiare numero, dall’8 al 24, a testimonianza del suo impegno temporale, fisico e mentale quotidiano, costante, 24 ore su 24. E poi l’oro olimpico a Pechino 2008: chiude con una tripla la finale contro la Spagna, portandosi il dito alla bocca per il momento più iconico della sua carriera con la maglia della nazionale statunitense.

Potremmo stare qui ore, noi appassionati di basket, a raccontarci quanto grandioso sia stato questo uomo. Ma la verità è che, al di là dei suoi numeri, delle ore che ci ha tenuto svegli per vent’anni con i suoi e un po’ nostri Los Angeles Lakers, c’è altro che ha un valore inestimabile che non si può tenere all’interno dei 24 secondi. Perché sarebbero 24 secondi infiniti, a ripetizione, a ruota libera, come i suoi 500 tiri tutte le notti.

maglia dei lakers bianca domenica kobe
Foto tratta da Lakeshowlife.com.

The Mamba Mentality

“La lunghezza, il serpente, il morso, il colpo, il temperamento. Fammi vedere un po’. Sì, sono io. Sono proprio io”. 

The Mamba Mentality: un momento (che può durare anche una vita) dove non c’è spazio per le inutili pressioni esterne. Un momento condito da alte aspettative nei confronti di te stesso, fatto di consapevolezza, sacrificio e metodo. Di notti insonni a provare il medesimo movimento innumerevoli volte, di up ma anche di down. Un momento fatto di un solo obiettivo: migliorare. “Una delle lezioni più importanti che ho appreso è che devi lavorare sodo al buio per poter brillare alla luce”.

Tutto ha sempre riguardato il percorso e l’approccio, anche quando il destino ha giocato brutti scherzi. E con Kobe ci si è divertito giusto un paio di volte. Come i tanti infortuni nei momenti decisivi della stagione, durante i quali la passione è stata la miglior medicina.

Provate a chiudere gli occhi e ad ascoltare Fade to Black di Kendrick Lamar. Se vi viene in mente Gara 4 delle Finals 2000, quando nonostante una caviglia gonfia e dolorante trascinò tutta la squadra, segnando nei cinque minuti dei tempi supplementari gli otto punti che riportarono a Los Angeles il titolo NBA.

Provate a chiudere gli occhi e ad ascoltare nuovamente Fade to Black: è il 2010, quando con un dito rotto e steccato Kobe segna 49 punti nelle ultime due gare, permettendo ai Lakers di trionfare contro i rivali di sempre: i Boston Celtics. Una leggenda non muore mai.

Prima foto in alto: Keith Allison via Wikipedia CC BY-SA 2.0

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