“The Last Dance”, episodi 3 e 4: la recensione

No, quello di Jerry Krause che annuncia il divorzio ufficiale con Phil Jackson alla vigilia della sfida tra Utah Jazz e Chicago Bulls, non è decisamente un tempismo perfetto. È il 4 febbraio 1998, vigilia della pausa per l’All-Star Game di New York.

Si conclude così l’episodio 4 della serie The Last Dance su Netflix, prodotta da ESPN: con i Bulls che gettano via un larghissimo vantaggio, facendosi superare da Utah per 101 a 93, malgrado i 40 punti di MJ.

Che si tratti di un errore di timing o una volontaria mossa per sottolineare chi detiene le redini della squadra, non è dato saperlo. O meglio, la valutazione resta soggettiva. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da queste prime puntate di The Last Dance, è che la parte del cattivo la recita Jerry Krause – l’architetto dei Bulls da sei titoli in otto anni – in costante conflitto con coach Jackson, Scottie Pippen e Michael Jordan.

Avremo modo di discutere più avanti dei “ruoli” ricoperti da ognuno dei protagonisti di questa serie, ma è indubbio che la narrazione dedicata al corpulento gm di Chicago generi più di qualche discussione. Ha senso definire “nemico” l’unico del lotto che agisce con lungimiranza, per il bene della franchigia? Davvero le sue volontà determinano le dipartite dei beniamini della squadra, oppure l’impresentabilità pubblica di Jerry diviene la perfetta giustificazione per chiudere un ciclo, senza prendersi responsabilità personali?

Del resto, forse Jackson voleva ardentemente il suo anno sabbatico, così come Jordan era conscio che lasciare (per la seconda volta) sul tetto del mondo gli avrebbe regalato ulteriore immortalità. Poi Pippen – lo abbiamo visto – aveva pubblicamente chiesto la cessione prima di mettere piede in campo, alla trentacinquesima sfida stagionale. Non sarebbe mai rimasto a Chicago. E Dennis…. Dennis non aveva reale coscienza né del punto in cui si trovasse, né delle prospettive future migliori per sé stesso. Dennis Rodman voleva vivere il presente al meglio che poteva, annegando ancora un po’ ogni dubbio esistenziale che continuava a tormentarlo fin dall’adolescenza. E chi mai avrebbe preferito la morigeratezza alla compagnia di Carmen Electra, in un weekend allungato in quel di Las Vegas? Siamo onesti, in pochi di noi avrebbero scelto di non farlo, se fossimo stati “The Worm” nella stagione 1997-98.

Ma come avvenuto per la prima recensione del primo blocco di The Last Dance, proseguiamo con le cinque impressioni sugli episodi numero 3 e 4, senza dilungarci sulla cronaca, ma lasciando spazio a considerazioni che generino (si spera) uno spunto di riflessione.

Phil, il coach che non abbiamo mai avuto

Tutti vorremmo un coach come Phil Jackson, sia per la gestione dello spogliatoio, sia per il fatto che non puoi non amare un uomo che racconta – con sorriso goduto – dei suoi viaggi in LSD negli anni in cui era un hippy. Che coach Zen fosse tale anche per le sue passioni singolari, come la cultura dei nativi americani, è ormai storia nota. Ma bastano poche parole di uno Steve Kerr con gli occhi illuminati, per capire quanto abbia influenzato l’NBA di oggi.

Probabilmente senza Phil non avremo avuto i Golden State Warriors degli ultimi anni, fondati attorno all’empatia ed alla conoscenza del gioco di colui che oggi è coach Steve. Nessun altro avrebbe potuto gestire tre anni di Dennis Rodman con Michael e Scottie, tenendo unito uno spogliatoio falcidiato da pressioni mediatiche mai viste prima. Quindi è vero: quei Bulls senza Jackson non sarebbero mai potuti esistere.

Il fascino del Verme

Se guardiamo al numero 91 e alla sua vita ben condensata nella parte numero 3 di The Last Dance, appare evidente quanto la mancanza di una figura paterna sia alla base delle sue insicurezze.
Lasciando perdere capelli colorati, tatuaggi ed esultanze sguaiate, Rodman resta ancora oggi un uomo profondamente timido, caratterizzato da complessità comportamentali, desideroso di essere accettato dal prossimo.

Così come con Chuck Daly ai tempi dei Detroit Pistons, senza un allenatore che svolga il ruolo di padre, Dennis Rodman non sarebbe stato in grado di tirar fuori la parte migliore di sé. Quella grintosa e vincente, quella fondamentale per una cavalcata trionfale. E coach Zen è lì anche e soprattutto per quello. Senza il suo carisma e la sua gestione dell’uomo, non avremmo avuto un Rodman capace di decidere le partite nel triennio del repeat of three-peat.

Eppure, statistiche alla mano, quella del 1997-98 non è la miglior stagione in carriera di Dennis, anche per impatto decisamente altalenante. L’avvio è demotivato, incerto e funestato da un infortunio per il quale salta tutto il training camp: faticoso recuperare, in un clima tanto pieno di distrazioni. Nonostante questo l’energia che è capace di sprigionare (passando attraverso la fiducia di Phil e Michael), lo rendono ancora pedina chiave. Se gira lui, la squadra vince. È solo questione di “accenderlo”. Conoscendo la storia, avremo modo di trovar conferme a riguardo con il prosieguo della serie.

The Last Dance è un’autentica impresa

Quale altra squadra avrebbe potuto completare un’opera simile, in condizioni analoghe? Pensate un attimo alla pressione mediatica, alla tensione continua tra squadra e dirigenza, alla complessa convivenza in uno spogliatoio bullizzato da Michael Jordan. La grandezza del racconto sta decisamente dietro a tutto questo: una lotta mentale contro tutto e tutti, a prescindere dalla tenuta fisica.

Perché Krause sarà stato pure avventato nelle scelte, ma indubbiamente il roster di quei Bulls appariva a fine corsa, guardando alle carte di identità dei principali protagonisti. A parte Kukoc – e nonostante un Harper che avrà modo di vincere ancora e un Pippen che non smetterà di provarci – gli anni migliori erano dietro le spalle per gran parte del core principale, almeno atleticamente. La tenuta psicologica e il training operato per raggiungere il risultato, è forse la parte più interessante da osservare, sperando che emerga ancor più nelle puntate a seguire.

Where is Toni?

E a proposito del croato, dove si trova Toni Kukoc in questo avvio di serie? Escluso dalla locandina ufficiale, trattato alla stregua dei peggiori comprimari, e mai interpellato fino ad ora, Kukoc appare in video poco più di Joe Kleine. E sfido chiunque a ricordarsi chi fosse questo bianchissimo e poco impiegato centro impiegato come ala, dalla quasi anonima carriera NBA.

Eppure Toni è stato fondamentale nelle ultime tre stagioni vincenti della storia di Chicago, anche se la sensazione che venisse trattato con poca considerazione, era già una certezza ai tempi. Sempre apparsa come una profonda mancanza di rispetto, per uno dei talenti più cristallini mai prodotti dal Vecchio Continente.

Un giocatore che, forse per mancanza di carisma, non è mai riuscito ad ottenere la considerazione meritata negli Stati Uniti, anche nella continuazione della sua carriera lontano dai Bulls.

MJ contro Isiah

Singolare ed emblematica, la reazione di Jordan al video di spiegazione di Isiah Thomas, rispetto alla mancata stretta di mano dei Pistons ai Bulls a termine di gara 4 del 1991. A distanza di tempo, il fuoco con cui gli occhi di MJ si incendiano, la dice lunga sulla composizione di questo singolare essere umano. La rabbia per quello smacco continua a superare di gran lunga la gioia per la vittoria, anche nei ricordi.

È anche passando attraverso episodi simili, che si è forgiata la leggenda di His Airness, capace di trarre energia competitiva anche e soprattutto dalle mancanze di rispetto. Nessun altro è mai riuscito ad avvicinarsi a lui in questo, se non un tale Kobe Bean Bryant, che ne ha provato a seguire le orme passo dopo passo.

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