“The Last Dance”, episodi 1 e 2: la recensione

Era attesa come poche altre cose per un appassionato di basket, favorita anche da un periodo di (quasi) lockdown globale a causa del Covid-19, che è stato poi il motivo dell’uscita anticipata rispetto alle date dichiarate: The Last Dance è già una serie evento.

Anzi, dopo i primi due episodi messi in onda da Netflix in Italia il 20 aprile 2020 (ne usciranno ogni lunedì, a coppia, per cinque settimane), c’è già chi azzarda a definirla “il più grande documentario sportivo di tutti i tempi”.

Difficile non scomodare paragoni assoluti quando si parla di quei Chicago Bulls. Quelli della stagione 1997-98, completamente messi a nudo dalla produzione diretta da Jason Hehir, già autore di capolavori per la serie 30 for 30 di ESPN, e del lodatissimo documentario sul wrestler Andre The Giant. La storia della loro epopea, che a partire dal 1984 percorre in modo vincente tutto il decennio dei Nineties, è tanto ricca di personalità uniche e aneddoti, da meritare un approfondimento simile.

Molto meglio un docufilm di questo livello, che una fiction magari mal romanzata e difficile da rappresentare. Anche perché in pochi sapevano che una intera troupe seguì la squadra in quella stagione, per un quantitativo di girato privato rimasto nascosto fino ad oggi negli archivi di NBA Entertainment. Uno sguardo privilegiato per fissare in pellicola tutte le fasi del suo “ultimo ballo”The Last Dance, come rinominò la stagione coach Phil Jackson – secondo le sbandierate volontà dirigenziali di rifondazione.

Già ai tempi, l’idea che il general manager Jerry Krause e il proprietario Jerry Reinsdorf cullavano rispetto ad una immediata ricostruzione, prima della naturale conclusione del ciclo vincente della squadra, sollevava disappunto nei tifosi e stupore presso la stampa specializzata. Nessuno si sarebbe mai sognato una cosciente interruzione per una squadra così iconica, per un gruppo composto da giocatori come Jordan, Pippen, Kukoc e Rodman. Per una macchina da guerra resa unica e potenzialmente invincibile dallo spirito competitivo di MJ, che aveva raggiunto un livello inimmaginabile di dominio mentale sul gioco.

Attraverso provvidenziali flashback e testimonianze esclusive, Jason Hehir introduce proprio la realtà di inizio stagione. Inevitabilmente analizzando il passato di Jordan, i rapporti con Krause, le polemiche volontà di un Pippen rabbioso per un contratto troppo basso e non rinegoziabile.

Sarebbe inutile recensire la serie ri-narrando i fatti esposti, quindi permettetemi una serie di cinque impressioni per ogni coppia di puntate, rimandando il giudizio complessivo alla fine, a quadro completato. Perché considerando le 10 parti previste da circa 50 minuti di durata ciascuna, potremo tirare le somme di The Last Dance solo tra un mese, anche se l’impulso è già quello della standing ovation. Ma il meglio deve ancora venire, perché nella narrazione la stagione vera e propria deve entrare chiaramente nelle sue fasi più calde.

Jerry Krause, l’orco cattivo

Per quanto pubblicamente repellente, dispiace che la figura di Krause appaia ancora come l’orco cattivo della situazione, con le sue doti di architetto della squadra destinate ad essere messe in secondo piano. È vero che la determinazione nel distruggere tutto non può non esser vista come una colpa, ma almeno nelle prime due parti questa lo rende bersaglio generale, anche in conseguenza di alcune dichiarazioni di Reinsdorf, che ne critica l’operato.

Chissà se, con il prosieguo della narrazione, si riuscirà a rendere universalmente merito al suo valore di general manager, mettendo da parte quella proverbiale incapacità nel rapportarsi e comunicare con i suoi, a prescindere dal suo arrivismo (che comunque, è comune a tutti i protagonisti del racconto).

Michael Jordan è il verbo

Il magnetismo di Michael Jordan, ancora una volta e nonostante tutto, buca lo schermo prepotentemente. Un uomo più volte messo a nudo nei suoi vizi umani (e nei suoi limiti di manager odierno), mantiene intatto un carisma unico nel pianeta.

La sua parola è verbo, e appare ancora più impressionante delle immagini dei suoi primi passi in campo, quando l’atletismo giovanile lo rendeva ineguagliabile nel panorama del basket mondiale.

La storia di Scottie Pippen

Inedita e commovente la storia familiare di Scottie Pippen. Viene da domandarsi perché se ne sapeva così poco, se si tratta di discrezione da parte dell’uomo oppure di semplice poca curiosità rispetto ai risvolti delle sua vita precedente ai Chicago Bulls.

Ancora una volta impressiona quanto – nonostante le sue straordinarie doti – l’etichetta di “Robin” rispetto ad un Jordan “Batman” sia impossibile da scrollarsi di dosso. Anche adesso, a distanza di anni e nonostante le riletture della carriera aiutate dal passare del tempo.

L’attesa per The Worm

L’attesa per la parte riguardante Dennis Rodman cresce di minuto in minuto, e proseguirà nel corso di questa settimana. Impossibile non prevedere uno svisceramento del suo personaggio, alla luce di un periodo della sua esistenza in cui il susseguirsi dei giorni veniva vissuto ai ritmi delle grandi rockstar. Come tra l’altro ha già raccontato nell’esauriente (e impressionante) documentario su di lui prodotto da ESPN per la serie 30 for 30, già recensito su queste pagine.

23 anni dopo, stessi brividi

Risentire l’introduzione della squadra allo United Center – come avviene in conclusione della prima parte – coronata dal fragore del pubblico all’ingresso di Michael Jordan, mette ancora i brividi. A distanza di decenni.

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