Libri di basket: “Sonics” di Davide Torelli

La squadra NBA più amata, forse, è quella che non c’è più. Ma i cui avvenimenti, personaggi, luoghi sono vivi nell’immaginario degli appassionati e, soprattutto, di chi li ha vissuti. Sonics di Davide Torelli (Ultra Edizioni) ripercorre l’intera epopea dei Seattle SuperSonics.

Dalla loro fondazione nel 1967 alla dolorosa scomparsa nel 2008, attraverso il titolo del 1979 e le finali del 1996, il libro porta con sé il carico di speranze mai sopite, anzi di recente rinvigorite, di rivedere prima o poi sui parquet della lega la franchigia di Rain City. E con essa tutto il patrimonio di una città estremamente particolare e interessante di cui i Sonics hanno incarnato, e incarnano ancora, l’essenza.

Dopo la prefazione di Michele Pettene, in cui il coautore di Basketball Journey rievoca vagabondaggi nei posti più singolari di Seattle, la palla passa a Torelli per un’intensa narrazione, anno dopo anno, della storia dei SuperSonics. In uno stile immediato e senza fronzoli, ma ricco di spunti di approfondimento, spesso riferiti in preziose note a piè di pagina.

Le vicende cestistiche si intrecciano, seppur nei loro ambiti distinti, con quelle della scena musicale locale. I Sonics sono infatti (o almeno erano) una delle tante peculiarità di una città nota anche per le grandi aziende con sede nell’area (Boeing, Starbucks, Microsoft, Amazon) e appunto per essere il birthplace del grunge. Quel “Seattle Sound” che annovera Kurt Cobain e Nirvana, Jerry Cantrell e Alice in Chains, Chris Cornell e Soundgarden, Eddie Vedder e Pearl Jam. Oltre, anni prima, a Jimi Hendrix.

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Foto: Luca Micheli / Unsplash.com

Sonics: lo spirito di Seattle

Se da un lato la Corporate America ha visto nascere a Seattle alcuni dei brand che più hanno influenzato le nostre vite, dall’altro la città dello Stato di Washington ha un’anima profondamente alternativa e ribelle. E di tale spirito musica e pallacanestro hanno voluto essere due importanti e genuine valvole di sfogo, in quest’angolo a nord-ovest degli Stati Uniti dalla natura spettacolare ma un po’ grigia e malinconica. Un clima che ha spinto tanti artisti a gridare il proprio disagio iniziando a strimpellare chitarre nel garage di casa.

Seattle è città di contraddizioni, umori e sentimenti forti. Libera e protesa al futuro, ma con un retrogusto nostalgico. A tratti rabbiosa e incapace di rassegnarsi. Così i Sonics hanno finito per rispecchiarne l’anima. Un ottovolante di imprese e delusioni, esaltazioni e schianti, grandi campioni e sorprendenti underdog. Capaci di brillare alla luce come di piombare nelle tenebre. Seattle è anche Emerald City, con quel verde intenso che i raggi del sole fanno risplendere dopo un acquazzone. Un soprannome che fa da ottimo contraltare all’altro, il nebuloso Rain City.

Gary Payton e Shawn Kemp, che nella loro prima stagione insieme riportarono la squadra ai playoff (1991, anno dell’uscita di Ten dei Pearl Jam e Nevermind dei Nirvana), rappresentano il momento più esaltante dei Sonics. Il “Dynamic Duo” che nelle finali NBA 1996 andò a sfidare a viso aperto i Chicago Bulls di Michael Jordan. Le star di una squadra il cui gioco fatto di strappi, parziali e ripartenze immediate ricordava un po’ i riff della musica grunge.

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Foto tratta da Nbcsports.com

Il basket sotto lo Space Needle

In Sonics, Davide Torelli racconta dettagliatamente l’inizio e la fine della franchigia di Seattle. A partire dall’edificio simbolo della città, lo Space Needle, eredità dell’Expo 1962 in piena corsa allo spazio, alla cui ombra sorge il teatro degli splendori e delle miserie dei SuperSonics: la Key Arena, ex Seattle Center Coliseum e oggi finalmente finalmente rimodernata e ribattezzata Climate Pledge Arena.

Lì è andata in scena una quarantennale sequela di amatissimi campioni, da Slick Watts a Nate McMillan, da Fred “Downtown” Brown a Jack Sikma, da Tom Chambers a Gus “The Wizard” Williams, da un Bill Russell nella veste di giocatore e allenatore al duro Xavier McDaniel. E poi Vin Baker, Ray Allen e Kevin Durant, a Seattle nella sola stagione da rookie prima del trasferimento della franchigia a Oklahoma City. Canto del cigno dei Sonics e al contempo rampa di lancio di uno dei più forti giocatori dei nostri tempi.

L’autore ben descrive le varie fasi del cosiddetto “Sonics Gate“. Cioè l’insieme di vicissitudini che portarono alla partenza della NBA da Seattle. Il tutto in un clima intriso di sospetti, affarismo spietato e, tanto per non tradire l’anima della città, una discreta dose di fatalismo. Ma ciò che nessuno potrà mai trasferire altrove è il senso di appartenenza e il legame con le proprie origini che caratterizza i numerosi talenti nati qui. Molti di loro hanno e avranno sempre il 206, il prefisso di Seattle, tatuato da qualche parte. Con o senza una squadra NBA da tifare.

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