“The Last Dance”, episodi 5 e 6: la recensione

Dopo aver superato senza particolari problemi la metà del cammino, è già tempo di giudizi per The Last Dance, la serie evento prodotta da ESPN ed uscita in Italia su Netflix, che dovrebbe raccontare l’impresa del sesto anello per i Chicago Bulls, durante la stagione NBA 1997-98.

A questo punto il condizionale è d’obbligo, e a differenza delle due settimane passate, in cui abbiamo commentato con cinque punti di interesse le coppie di episodi 1/2 e 3/4, giunge il momento di una riflessione unica. Sì, perché in tanti hanno storto il naso di fronte all’evidenza che si tratti di un documentario su Michael Jordan, e non su quella squadra iconica.

I protagonisti di quegli anni, di quel gruppo, appaiono come un contorno nella narrazione che fotografa la carriera del più grande giocatore di sempre, viaggiando con l’ausilio di flash back tra gli alti e bassi della sua vita. Sono semplici comparse utili a capire il personaggio – indubbiamente intrigante e conosciutissimo anche da chi non segue la NBA– attraverso brevi aneddoti e testimonianze.

Ad esempio, solo durante la quinta parte riusciamo finalmente a vedere Toni Kukoc, e anche in questo caso appare in funzione di Jordan stesso, durante le Olimpiadi di Barcellona e gli scontri tra il Dream Team e la Croazia. Ennesima occasione per sottolinearne la vena competitiva, mentre rende la vita impossibile al futuro compagno di squadra, reo di essere l’oggetto del desiderio dell’odiatissimo Krause.

Un Dream Team che era, tra l’altro ed inevitabilmente, la squadra di Michael ancor prima che “il gruppo più forte mai assemblato nella storia dello sport di squadra”. La punta di delusione che può toccare chi si aspettava una storia inedita, proveniente da riprese private e recuperate da quegli anni, è abbastanza prevedibile. Tutti avremmo preferito saperne di più del campionato in esame, piuttosto che ripassare i successi di Chicago nella decade dei nineties, un qualcosa che per sommi capi conosciamo a memoria.

Eppure è proprio da qui che dobbiamo iniziare la nostra riflessione, perché quello che appare un taglio commerciale voluto dalla produzione (certo, parlare di Jordan resta la cosa più mainstream possibile), è in realtà un dato di fatto storico che dobbiamo definitivamente appurare.
Michael Jordan è i Chicago Bulls. E lo scrivo al presente, perché se qualcuno oggi tifa la squadra dell’Illinois o compra le magliette con la conosciutissima testa di toro incazzata, direttamente o indirettamente lo fa grazie a lui.

Stesso discorso per gli anni ’90, l’epoca in cui la NBA ha sviluppato quell’appeal che la rende una delle più importanti leghe sportive mondiali. Non esiste quel decennio sportivo senza i Bulls, che lo hanno dominato vincendo sei titoli in otto anni, e non esiste quella squadra senza His Airness, che ne scriveva la storia anche quando non c’era (o non vinceva).

Probabilmente senza i tentativi falliti del “Michael role model” nell’abbattere il muro dei Detroit Pistons, non sarebbero esistiti neanche i Bad Boys, almeno secondo l’epica acquisita. Così come senza il ritiro del post three-peat, la stagione 1993-94 non sarebbe stata tanto incerta e affascinante in rilettura odierna. Una lega che sfida la squadra campione orfana del suo uomo simbolo, sgomitando in una edizione dei playoff tra le più interessanti di sempre, per capire chi può raccoglierne l’eredità.

Tutto molto bello, ma sempre e comunque visto dietro l’ingombrante ottica di Michael, seppur assente. E potremmo andare avanti a lungo, citando l’anno seguente segnato dal suo ritorno, e il biennio a venire con l’incredibile obiettivo di tornare in alto, ripetendo l’impresa difficilissima di una seconda tripletta, da concludersi proprio in occasione dell’ultimo ballo.

Insomma, Michael Jordan rappresenta la NBA che conosciamo, anche se non lo abbiamo vissuto. Nessuno sportivo ha dato tanto singolarmente, sotto tutti i punti di vista, per lo sviluppo globale di una lega. Anche suo malgrado, così come emerge dai copiosi momenti di pressione mediatica, in conseguenza ad una lente di ingrandimento tesa ad evidenziare quanti lati oscuri ne caratterizzassero l’esistenza. Dimenticandosi che tutti siamo umani, e che nessuno può uscire illibato da una radiografia continua ed approfondita delle proprie sfumature. Neanche quel Mike che tutti volevano imitare, invidiandone i successi, sotterraneamente augurandogli la caduta.

Non si tratta di semplice marketing, probabilmente non c’entrano la Nike, la Gatorade o McDonald’s: è Jordan che ha trainato quel marchio di scarpe semi-sconosciuto, al livello attuale di top brand mondiale con le sue imprese, e non viceversa. Non facciamo questo errore di valutazione. Allo stesso modo in cui ha portato i Bulls a livelli mai visti, destinando i vari Jackson, Winter, Pippen e Krause all’eternità.

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Senza il ritorno di Michael e la seguente annessione in squadra, anche Dennis Rodman non sarebbe stato il controverso personaggio che oggi conosciamo. Forse, dopo l’esperienza fallimentare di San Antonio sarebbe scomparso nel nulla, magari ricordato in ultima istanza come “il fu toy boy di Madonna”. Prendete Horace Grant: qualcuno lo rammenta seriamente come pedina fondamentale per la cavalcata dei giovani Magic fino alle Finals ’95, oppure per aver vinto il quarto titolo con i Lakers di Kobe, Shaq e coach Zen? Pochi, quasi nessuno. Per tutti il buon Orazio non è altro che “quello con gli occhialoni” che giocava accanto a MJ, probabilmente il responsabile principale delle indiscrezioni scritte da Sam Smith nel suo The Jordan Rules. Il libro che disintegrò lo spogliatoio della squadra di Jordan, che senza ricomporlo ma semplicemente giocando al suo livello, sistemò attraverso una conferma quasi insperata.

E quindi dobbiamo stupirci se The Last Dance nasce e muore con His Airness, percorrendo la parte più brillante della sua vita sportiva (tralasciando giustamente il ritorno a Washington)?
Era impossibile non narrare quella squadra – ma ancora di più quel decennio e quell’epoca – senza raccontarne il principale artefice, che una volta di più appare “uomo solo al comando”. Capace di non tradire mai le aspettative, trovando sempre il modo di vincerla, anche in solitudine e con il corpo a pezzi, come accadde nel 1993 all’America West Arena di Phoenix, malgrado il tiro della vittoria siglato da John Paxson (che ammette di non esser stato il predestinato per la finalizzazione, ma “bisogna sempre farsi trovare pronti“). Non si tratta di spoiler, perché tutti lo sappiamo, ma non trovate similitudini tra quell’ultimo quarto e quello con cui, presumibilmente, si concluderà la serie? Quello di Salt Lake City, coronato da The Shot?

Nessuno potrà mai eguagliare l’impatto mentale che Jordan ha avuto sulla lega nell’arco della sua carriera, a maggior ragione dopo aver assaporato il primo successo, restando imbattuto in ogni apparizione alle Finals. Dominando sempre il campo, anche quando il corpo voleva prendersi una pausa, con l’ausilio di una forza intellettuale ineguagliabile. Chiamatela spirito competitivo, e magari sottolineatene il lato oscuro, fatto di gioco d’azzardo e atteggiamenti spocchiosi, ma il succo non cambia.

Forse solo Kobe Bryant – al quale è giustamente dedicata la quinta parte, in cui appare con la sua testimonianza – ha provato ad avvicinarsi a quel livello. Ma comunque, trattandosi di un dichiarato e faticoso lavoro di emulazione verso la Jordan mentality, il paragone regge fino ad un certo punto. Impossibile quindi scindere quegli anni dalla figura più luminosa – e ingombrante – che abbia contribuito alla creazione di un mito, e l’affresco che emerge può apparire deludente, ma rispecchia oggettivamente ciò che è stato.

Il povero Jerry Krause lo ha ripetuto fino alla nausea che “le grandi organizzazioni vincono i campionati“, e tutti noi conosciamo l’importanza di un coaching staff nella costruzione di un successo, così come quella del “Robin” Scottie Pippen, dell’imprevedibile Rodman e di tutti gli altri Jordaners che misero la loro impronta in ogni successo di Chicago nei nineties. Di contro però, senza MJ probabilmente oggi non saremmo qui a parlare dei Bulls, degli anni ’90, di David Stern e la sua impronta, della NBA che conosciamo.

Suona quasi assurdo, ed è forse una provocazione, ma concedetemelo nell’ammettere che The Last Dance è solo il racconto definitivo di chi è stato Michael Jordan, sotto tutti i punti di vista. Può deludere o intrigare – secondo il sottoscritto, rappresenta il miglior viatico possibile per avvicinare la gioco chi lo conosce appena – ma si tratta ormai di un dato di fatto. Non resta altro che godersi ancora un po’ lo spettacolo, per altre due settimane, prima di tornare (speriamo) il prima possibile, al basket giocato.

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